domenica 28 luglio 2019

LA FRONTIERA

LA FRONTIERA Quante vite poteva contenere la frontiera dei grandi laghi, luoghi onirici, allo stesso tempo se visti dalla Luna, punti blu mischiati a macchie verdi gli occhi del viaggiatore appassionato quale sono io. Frontiera terra di cacciatori senza scrupoli, uomini decisi che non temevano gli imprevisti di quei territori inesplorati, ne orsi o lupi, e tanto meno i nativi ostili. Pochi avamposti dove tra Whisky e stenti si barcamenavano vecchi cacciatori non più in grado di condurre quella vita che era stata loro fino a pochi anni prima, questi vecchi cacciatori vivevano di ricordi, il rumore degli spari, le catture di un’infinità di animali da pelliccia, sentimenti forti per chi aveva trovato in quei luoghi, un rifugio dalla fame, o dalla galera. Poi c’è la vita di chi come me ha visto passare davanti agli occhi mille storie, con facce e nomi diversi ma quasi simili nel ricercare una nuova vita, quella vita che nel vecchio mondo non ha mai posseduto. Gente consapevole che al di là di quella frontiera tutto era possibile. C’era chi viveva la frontiera come un luogo di perversione. C'erano invece alcuni nativi, che non tolleravano quelle persone, perché si erano spinti oltre, senza capire mai fino in fondo le loro motivazioni. Altri invece si erano fatti sedurre dalla perversione, portata dai nuovi arrivati. I primi non capivano perché noi stranieri uccidevamo più di quello che ci poteva sfamare, o uccidevamo i nostri simili solo per depredarli dei loro denari, o delle loro pellicce. Gli altri facendo di necessità virtù si erano adattati al ritmo di vita dei bianchi, cacciando pelli, per poi barattarle con armi da fuoco, che servivano per combattere i nemici. In questa maniera si erano create alleanze tra nativi, e Europei. Tutto questo non lasciava presagire nulla di buono. Quelle stesse ragioni che ci spingevano ad appropriarci di tutto, comprese le loro donne, per poi usarle come schiave, lasciandole morire quando tutto l'alcool che gli facevamo bere, creava effetti devastanti portandole alla morte. Quando arrivai in quella zona che sarebbe dovuto diventare il mio rifugio per molto tempo a venire. Mi accorsi che non era proprio il posto che mi avevano illustrato, perciò preparai un giaciglio sotto a un grande abete, accesi il fuoco, dopo avere controllato che le mie tre carabine fossero ben cariche, mangiai un buon pezzo di lardo affumicato, e mi addormentai stanco morto. Quelle foreste con alberi giganteschi che ti riparavano sì dal freddo, ma rendevano il paesaggio tutto uguale, dove potevi camminare per giorni interi, per poi ritrovarti sfinito nello stesso punto dove avevi fatto il campo giorni prima, non c'erano ponti, non c'erano le strade carrabili delle cittadine Europee, l'unico modo per spostarsi erano i sentieri creati dalle migrazioni di grossi cervidi, del quale avevo letto da ragazzo, sui libri nella canonica della chiesa del mio paese. Li il tempo e lo spazio non aveva differenze, avevo con me solo il mio cavallo, una collana fatta con denti di orso, che mi era stata donata come lascia passare nel caso avessi incontrato nativi ostili. Per chi viaggiava in clandestinità quei posti erano l'ideale, laghi colmi di trote, salmoni, castori, foreste con tutte le specie di animali del creato, sembrava un paradiso terrestre. Ma cosa più importante, rarissimi villaggi, dove la legge ognuno la faceva a modo suo. Questo lo appresi quando nella seconda metà del diciassettesimo secolo sbarcato dal veliero dove ero salito come clandestino in fuga dall'Italia. Mentre camminavo per le stradine di quello che poteva sembrare un villaggio, da un locale con la scritta Bazar, escono due uomini che guardandosi in cagnesco, e urlando frasi che sapevano tanto di male parole, uno dei due estrae un lungo coltello, e si scaglia contro il rivale, questo molto più agile para il colpo spostandosi di lato, a sua volta con un fendente recide di netto la carotide del rivale, che dopo aver fatto alcuni passi verso l'altro cade a terra morto e stecchito. Mentre chi avevano assistito al duello festeggiava il vincitore, come se nulla fosse successo, e sopra tutto senza degnare di uno sguardo pietoso l'uomo che giaceva morto a terra. Visto che molti di loro parlavano francese, e io qualche parola la conoscevo, chiesi ad un uomo che poteva avere circa la mia età, cosa sarebbe successo se arrivavano i gendarmi. Lui con una risata rispose: qui la legge siamo noi, se uno ti minaccia sei libero di difenderti anche uccidendo, qui vige la legge del più forte. Ben presto mi resi conto di essere arrivato sì in un paradiso, ma che poteva trasformarsi in inferno solo per uno sguardo male interpretato, o una parola detta, o non detta. Decisi così che dopo aver fatto una buona scorta di carne secca, di mettermi in movimento per mettere più distanza possibile tra me e quella pericolosa cittadina. Sapevo di andare incontro all'ignoto, quelli non erano i boschi del mio paese, anche lì c'erano briganti e assassini, ma più che altro erano immaginazione di nonne stanche per impaurire i nipoti, qui oltre a lupi, orsi, leoni di montagna, grossi buoi pelosi, e nativi di quel nuovo mondo ostili, dovevi guardarti da tutti, specialmente da chi veniva dall'Europa. Non so cosa pensassi di trovare arrivando, ma certamente non quello che avevo trovato appena sbarcato in quei un luoghi così diversi dai luoghi di accoglienza che mi venivano prospettati da alcuni predicatori che parlavano di fratellanza e solidarietà. Allontanandomi da quella falsa civiltà ben presto realizzai la vastità di quei luoghi, laghi dove non vedevi la sponda opposta, fiumi talmente impetuosi impossibili da guadare, ma che felicità scoprire oltre ogni montagna altri posti meravigliosi. In quelle terre dove la voglia di indipendenza dal colonialismo Franco Britannico era sempre più forte, per me Italiano fuggito dai soprusi di un paese dove regnava la legge del potente di turno, la solitudine di quei luoghi era l'ideale, meglio farsi amico dei nativi che combattere un'imminente guerra che non era mia. Quel paese colmo di ricchezze che se sapute mantenere come facevano i nativi da migliaia di anni, avrebbero dato da vivere a me, e se mai ne avessi avuti ai miei discendenti, le più visibili erano costituite dagli animali da pelliccia, dei quali potevi cibarti, e usare le pelli per creare abiti, e coperte per ripararti dal freddo inverno che da quelle parti poteva essere molto rigido. Gli Europei che potevi trovare in quella regione, si dividevano in diverse categorie, c'erano gli intraprendenti che fondavano società e organizzavano la caccia, Ognuno di loro, dal solitario uomo della montagna ai cacciatori esploratori di origine francese, avevano un ruolo nella esplorazione e nello sfruttamento di quelle risorse, cosa che non mi trovava per nulla d'accordo. Tutto ciò che importava a vecchi e nuovi arrivati dall'Europa era fare soldi ad ogni costo, e fin dal primo momento in cui l’uomo bianco si rese conto del potenziale di ricchezza e di risorse di quella regione, tenne subito in gran considerazione le pelli degli animali. Cervi, orsi, bisonti, volpi, puma e altri fornivano un mantello caldo, adatto a un abbigliamento pratico o a soddisfare i capricci della moda. Il più richiesto era il castoro, quell’industrioso animaletto capace di modificare il proprio ambiente quasi come l’uomo bianco; la sua abilità nel dominare i corsi d’acqua lo rese così facile da cacciare che non sarebbero passati molti anni per vederlo scomparire da quel paradiso in terra. Gli Europei avevano cominciato a interessarsi alle pellicce, già dal secolo prima. I Francesi che stabilirono un monopolio per il controllo e lo sfruttamento di questo commercio e a mano a mano che i loro confini avanzavano, anche i cacciatori procedevano oltre, sempre un po’ più avanti togliendo spazio ai nativi. Anche inglesi e olandesi avevano intrapreso questo commercio, ma la mia speranza era di poter vivere tranquillo lontano da quel mondo che si stava guastando a vista d'occhio. Mi svegliai quando il sole faceva capolino fra gli alberi creando una striscia giallo oro che sembrava tagliare di netto la superficie del lago Uron, il fuoco era ancora acceso, non mi sembrava di avere messo così tanta legna la sera prima. Ad un tratto ebbi come la sensazione di non essere solo, portai lentamente la mano alla cintola dove tenevo il mio coltello da caccia, ma una voce alle mie spalle in un francese stentato disse: no monsieur così non va bene, se avessi voluto il tuo scalpo, lo avrei preso mentre tu dormivi. Facendomi coraggio mi voltai lentamente, di fronte a me seduto vicino al fuoco un pellerossa mi sorrideva, mentre posava una grossa trota su delle pietre roventi. Ero talmente sorpreso da quel risveglio che volevo dire qualcosa a quell’uomo, ma dalla mia bocca non usciva voce, ero diventato completamente afono dall’emozione. Io mi chiamo Orso Grigio figlio di Manabozho disse quell’uomo, sono per metà *Ojibway, e per metà Francese, praticamente come ci chiamate voi Europei un mazzo sangue. E tu sei Francese? Mi chiese. Risposi no con un cenno del capo, e con un filo di voce bisbigliai Italiano, Orso Grigio scrollò le spalle e disse, ne comprende pa, ma non importa poi quando la voce ritorna se vuoi mi dirai. Gli Ojibway nativi della parte più a nord del lago Uron, facevano al gruppo Algonchino. Ritenevano solo loro amici i bianchi di lingua francese, tutti quelli di lingua inglese che tentavano di inoltrarsi nei loro territori, erano considerati nemici, perciò parlare francese era segno di alleanza. Davano molta importanza agli sciamani, perché potevano fondare le società segrete, un tipo di organizzazione per loro molto importante. Gli Ojibway usavano incidere su scorze d'albero pitture rappresentanti i fatti notevoli, le cerimonie praticate e le gesta del loro eroe culturale, Manabozho (Coniglio Grande). Praticavano una magia che consisteva nel procurare danni al nemico, infilzando, con una freccia o con qualunque altro attrezzo appuntito, una sua immagine rappresentativa costruita con il legno, in modo da trasmettergli contemporaneamente un dolore lancinante nell'organo colpito, oppure provocare la morte della vittima, bruciando o seppellendo la statuina; tutti questi riti erano accompagnati dalla enunciazione di formule magiche. Gli sciamani esercitavano, a beneficio della tribù, il controllo sui fenomeni atmosferici e sugli astri. Gli Ojibway erano convinti che l'eclissi fosse il segnale di esaurimento della vita del sole, quindi, durante questo evento, lanciavano in cielo frecce colorate con la speranza di riaccendere la fiamma della stella. Notai Orso Grigio guardare con insistenza la collana di zanne d’Orso che portavo al collo, poi incuriosito mi chiese: E quella dove l’hai presa? E’ un trofeo di guerra? Io con un filo di voce risposi, è il dono che mi ha fatta un grande capo Sioux quando sono arrivato nella tua terra. Tralasciai che quel capo Sioux almeno per questo si spacciava, elemosinava qualche spicciolo, o una bottiglia di whisky, mi aveva seguito per tutto il porto pregandomi di offrirgli da bere, fino a quando io stanco della situazione, gli ho regalato una moneta d’argento, e lui in cambio mi donò la collana di denti d’Orso Orso Grigio annuendo soddisfatto mi disse che se avevo ricevuto quel dono era perché ero un valoroso combattente, e ogni membro della tribù dei piedi neri mi avrebbe onorato e rispettato. Ma avrei dovuto guardarmi dai bianchi come me, perché sapendo anche loro che la collana era segno di grande valore avrebbero voluto misurarsi con me, per mostrare che loro valore, e per impossessarsene. Il salmone era cotto a puntino, mangiammo avidamente quel grosso pesce, poi Orso Grigio mi disse che era meglio spostarsi più a nord del grande lago, o addirittura sull’isola che era al centro perché la troppa vicinanza dei bianchi che venivano dalle praterie più a sud portava solo cattivi presagi. Raccolsi i miei quattro stracci, e silenziosamente mi incamminai dietro l’indiano. Camminammo per quasi tutta la giornata, quando arrivammo in vista di una spiaggia Orso Grigio scoprì alcuni rami di Ontano, da lì sotto come per incanto apparve una canoa, la mettemmo in acqua e pagaiando velocemente scivolammo sulle acque fino ad un isola che stava a poco più di un’ora dalla sponda. Scesi a terra appena il tempo di accendere un fuoco, che dal fitto del bosco spuntano una ventina di Piedi Neri, questi vedendo Orso Grigio iniziano una danza, visto i volti allegri e sorridenti altro non poteva essere che un benvenuto. Terminati i saluti, dalle loro sacche estrassero carne essiccata, pesce affumicato, e mentre Orso Grigio credo spiegasse ai suoi compagni il nostro incontro, io mangiai avidamente, non scordando di annuire con il capo in segno di ringraziamento per il buon cibo che mi era stato offerto. Tutti quegli uomini vedendo la collana che portavo appesa al collo, mi guardavano come intimoriti, poi nel loro dialetto chiedevano lumi a Orso Grigio. Questi con gesti delle braccia sembrava spiegare loro qualche mio duello, chiaramente tutto di sua invenzione. Mentre chi lo ascoltava esprimeva degli hooo! Di ammirazione. Mi unii a quella banda di giovani pellerossa che aveva per capo uno stregone, a loro dire molto saggio, a mio modo di vedere anche un poco pazzo. Orso Grigio mi aveva detto che mi avrebbero portato con loro su un’isola, ma non mi aveva detto che quell’isola era talmente grande da ospitare un centinaio di villaggi, sia Algonchini che Piedi Neri, ci vollero diverse ore di cammino per arrivare al villaggio, un centinaio di tende, bambini schiamazzanti in ogni dove, mentre le donne alcune stendevano le pelli al sole ad essiccare, altre lavavano gli indumenti in riva al fiume, le più anziane, insegnavano alle bambine più grandi come accudire gli uomini del campo, sui quattro lati in posizione elevata alcuni guerrieri di guardia vegliavano per evitare sgradite sorprese, Erano passati diversi giorni dal mio arrivo nel villaggio Qjibway, giorni spensierati dove imparavo ogni giorno le abitudini di fratelli a me sconosciuti, loro si prodigavano nell’insegnarmi l’arte della concia delle pelli, le loro usanze, e poi che ero anch’io giovane come molti di loro non potevano mancare le sfide, sia di lotta, che il tiro con l’arco, il Tomahawk, il coltello da caccia. L’unica di queste sfide dove io eccellevo era la lotto, anche perché ero molto alto e forte, visto i lavori che avevo fatto in Italia fin dall’età di otto anni. Un giorno Alce veloce, il più forte e scaltro dei giovani guerrieri, mi propose uno scambio, uno dei miei tre fucili, in cambio mi disse del poco che aveva da offrirmi. Pensai subito di accontentarlo, sapevo che di quell’arma ne avrebbe fatto buon uso, inoltre quel fucile non mi era costato nulla come gli altri due, li avevo rubati al guarda caccia del Conte, nelle tenute di caccia al mio paese. Alce Veloce rimase sbigottito quando vide che io senza cercare di mercanteggiare, presi quello più ricco di cesellature, e intarsi in argento dei tre, e lo misi nelle sue mani dicendo: mon amie, set pour toi. Passato lo stupore Alce Veloce mi fece segno con un gesto, di restare lì ad aspettare il suo ritorno. Passati diversi minuti si presentò con tre cavalli carichi all’inverosimile, una borsa di pelle porta trappole, con all’interno sei trappole, dieci corni di Bisonte, pieni di polvere da sparo, un’altra borsa colma di munizioni, un paio di mocassini di pelle scura (da questo il nome Piedi Neri), venti pelli di Cervo conciate, cinque di bisonte anche quelle conciate, e un sacco che loro chiamavano delle occorrenze dove tra attrezzi e carne secca c’era di che sfamarsi per una settimana e più in tre persone, non poteva mancare anche qualche libbra di tabacco. Ma il bello ancora doveva venire, Alce Veloce dopo avermi squadrato da capo a piedi come per prendermi le misure mi disse: attand mon amie. E sparì di nuovo per tornare dopo pochi istanti con un abito di pelle, dicendomi di provarlo. Un abito molto bello e soprattutto nuovo, era in pelle di Cervo conciata, ornato da lunghe strisce dello stesso tipo di pelle, sulla parte inferiore all’esterno, aculei di porco spino, per proteggermi da eventuali morsi dei serpenti, Un cappello con tanto di coda in pelle di Opossum, un cinturone dove attaccati con una specie di catenella metallica c’erano un coltello da caccia con fodero, e un Tomahawk, praticamente l’abbigliamento dei Trapper che cacciavano pelli in quelle zone. Mi veniva da piangere dall’emozione ma non lo feci, sarebbe potuto sembrare un segno di debolezza, ma non potei esimermi dall’abbracciare Alce Veloce, facendogli capire che anche il suo dono era stato di mio gradimento. Così passarono i giorni nel villaggio Ojibway, ogni sera all’interno della tenda degli uomini, ascoltavo racconti di guerra, che potevano risalire a molte centinaia di anni, racconti che parlavano di uomini bianchi con cappelli dalle lunghe corna arrivati fin lì non certo con intenzioni pacifiche, ma ricacciati da dove erano venuti. Ma i racconti che più mi interessavano erano quelli recenti che parlavano delle invasioni degli Irochesi, popolo che viveva poco distante dai grandi laghi, che voleva impossessarsi di tutto il territorio del popolo Ojibway, parlavano i vecchi capi di una guerra imminente, mentre i giovani guerrieri mi guardavano come dire: verrai anche tu con noi? Non era certo mia intenzione immischiarmi nelle loro scaramucce, ma se mi ci fossi trovato, avrei dato certamente il mio contributo. Ogni giorno mi specializzavo sempre più nel loro modo di vivere e combattere, avevo il corpo pieno di lividi, ero tutto indolenzito dai colpi ricevuti nei finti combattimenti, che tanto finti non erano, visto che le armi erano di legno, non arrecavano ferite gravi, ma calci pugni, e finte pugnalate, il loro doloroso segno lo lasciavano, io come tutti i giovani guerrieri mi leccavo le ferite in silenzio, perché mostrare segno di dolore per quel popolo era da deboli. Non passò molto tempo che iniziarono le prime scaramucce tra le tribù rivali, gli Irochesi che sconfiggendo molti piccoli gruppi di Ojibway, erano diventati sempre più intraprendenti, volevano occupare più territorio possibile, gli Ojibway che aspettavano solo il momento giusto per vendicare i loro compagni morti. Una mattina vidi arrivare due canoe con degli scout che erano stati incaricati di tenere sotto controllo le terre da dove venivano gli Irochesi per le loro incursioni, uno degli scout disse a Orso Grigio che un gruppo composto almeno due trecento di guerrieri si era accampato a due giorni di cammino oltre la sponda sud del lago. Orso Grigio chiamò Alce Veloce e gli altri giovani guerrieri per un consiglio di guerra, con mia grande sorpresa chiese anche a me di partecipare. Non ci volle molto per prendere la decisione di organizzare una spedizione per ricacciare i nemici Irochesi nei loro territori, Alce Veloce il più forte e coraggioso una volta terminato il gran consiglio, mi chiese se ero felice di aiutare la sua tribù in questa guerra che non era mia. Io risposi che era anche mia visto che gli Irochesi mettevano in pericolo la vita dei miei amici, e le loro famiglie. La sera al calar del sole Orso Grigio e gli altri con i colori di guerra dipinti in volto fecero una danza propiziatoria, per ottenere la benevolenza di Manitou, fui invitato anch’io, danzai goffamente tentando di imitare Alce Veloce, che nonostante la drammaticità del momento non aveva perso la voglia di prendermi in giro. Terminata la danza salimmo sulle canoe per arrivare il più presto possibile sulla sponda opposta del lago, e preparare il benvenuto agli Irochesi. Io dormii tutto il tragitto come mi aveva consigliato Alce Veloce, perché mi aveva detto: Occhio di Lince, questo era il nome che mi era stato dato. Tu avrai un compito molto importante, non affronterai gli Irochesi con noi, questo lo potrai fare quando sarai un guerriero Ojibway, per ora potrai uccidere i nostri nemici ma non dovrai avere scontri fisici con loro. Poi mi spiegò: gli scout hanno individuato in una gola un’altura che ti potrà permettere di sparare con le tue carabine, le uniche che possono abbattere un Bisonte a cinquecento metri di distanza, di abbattere più Irochesi possibile, specialmente quelli che cercheranno di sfuggire al nostro agguato. In effetti le mie carabine erano molto potenti e precise, nessuno fino a quel momento mi aveva mai battuto nelle gare di tiro, potevo colpire un gallo cedrone a duecento metri mentre si alzava in volo. Benedii il giorno quando sbarcato trovai il capo indiano che mi regalò sì la collana di denti d’Orso, ma convincendomi che avrei fatto un ottimo affare si prese metà dei soldi che avevo con me, per quelle tre carabine, carabine che secondo lui furono rubate dalla casa di un grosso e grasso lord inglese. Erano lunghe come un archibugio, ma molto più potenti e leggere, serviva solo un compagno che le ricaricava il più rapidamente possibile, al resto avrei pensato io. Il mattino seguente all’alba io Alce Veloce e altri duecento guerrieri scendemmo dalle canoe dopo avere attraversato il lago, con me due giovani guerrieri alla prima battaglia, Lupo Grigio, e Cavallo Bianco. Potevano avere al massimo quattordici anni, ma da come si allenavano nel caricare le carabine capii che erano gli uomini giusti per me. Avevo l’adrenalina a mille, mi era già capitato di sparare a un uomo, ma per difendere la mia famiglia, ora lo avrei fatto per aiutare chi mi aveva aiutato e trattato come un fratello, perciò cercavo di convincermi che se dovevo scegliere da che parte schierarmi, era giusto farlo con i miei nuovi fratelli. Altri scout ci attendevano per ragguagliarci sugli spostamenti del nemico, nulla era cambiato il gruppo di Irochesi si stava dirigendo proprio nel punto previsto per lo scontro. Con i miei compagni e Alce Veloce ci dirigemmo di corsa sull’altura da dove dovevo sparare, arrivati sulla cima, davanti a me una stretta gola da dove potevo colpire senza essere individuato, ma anche se questo fosse accaduto, lo spazio aperto che mi divideva dal luogo dove si sarebbe svolta la battaglia, mi avrebbe permesso i abbattere almeno una ventina di nemici prima che uno di questi fosse riuscito nell’impresa di arrivare fino a noi. La zona dove sarebbe avvenuto lo scontro era distante circa mezzo miglio, distanza più che sufficiente per le mie carabine, giorni prima avevo abbattuto un Alce che era molto più distante. Un’ora dopo tutti erano schierati in attesa del nemico, alcuni guerrieri si erano nascosti per eliminare eventuali esploratori, tutto doveva avvenire nella più totale sorpresa. Questo non tardò ad arrivare, la gola di colpo si trasformò in un lungo e variopinto corteo, gli Irochesi avanzavano in fila inquadrati come un battaglione di soldati Europei, la cosa mi colpì, capii allora che i nemici non erano solo Irochesi, ma certamente con loro c’erano anche soldati Inglesi. Il mio sospetto fu confermato quando su un’altura di fronte alla mia vidi un gruppo di nemici che osservavano dall’alto ogni movimento nella gola. Potevo vedere un cavaliere con il classico copricapo del capo Irochesi, un altro con la divisa dell’esercito Inglese, quest’ultimo da come luccicavano le spalline doveva essere importante emissario della corona, mandato per controllare l’operato degli alleati. Un’idea balzana mi frullo nel capo. Avevo sentito dire dai miei compagni al villaggio, che la morte di un capo portava lo scompiglio tra le fila nemiche, immaginando che quel guerriero fosse il capo che aveva guidato gli Irochesi in tutte le scorribande vittoriose contro gli Ojibway, sarebbe stato più semplice colpire lui e l’ufficiale, così facendo avrei forse evitato la morte di tanti amici. Preparai le tre carabine di persona con molta cura, potevo sbagliare un colpo su tre, inoltre non avevo nemmeno il tempo di avvisare Alce Veloce, uno dei ragazzi scendendo sarebbe stato subito notato dall’ufficiale Inglese che poteva guardare dall’alto con un lungo cannocchiale. Decisi così che alle prime scaramucce avrei colpito i due, e se avessi risparmiato un colpo, anche un terzo di quel gruppetto. Posizionate le tre carabine mi misi in attesa, cercavo ti tenere asciutte le mani con la sabbia, l’emozione mi faceva sudare come se ci fossero 50 gradi. Al primo urlo di guerra di Alce Veloce presi accuratamente la mira, il colpo partì creando tetro un’eco nella valle, l’uomo a cui avevo indirizzato il mio colpo con mia sorpresa rimase fermo immobile, solo il cavallo ebbe un piccolo scarto verso destra, mentre mi disperavo di aver sprecato il primo colpo, proprio quello che avrebbe dovuto creare la sorpresa, vidi il capo Irochesi crollare a terra, allora presi la seconda carabina, esplosi il secondo colpo, questa volta l’ufficiale cadde all’istante portando le mani al volto, segno che l’avevo colpito alla fronte. Il terzo cavaliere urlando disperatamente, spronò il cavallo verso valle, fece non più di un centinaio di metri che il terzo colpo parti, colpendolo in pieno, rimase aggrappato al cavallo per un altro centinaio di metri poi cadde morto a terra. Dalla mia gola esplose un urlo tanto forte, che tutti Ojibway, e Irochesi si fermarono guardando dalla mia parte, non avevo potuto fare a meno di urlare la mia gioia. Quell’urlo portò amici e avversari a guardare in alto, ma nel farlo videro anche i loro capi stesi a terra morti. Questo creò lo scompiglio tra i nostri nemici, che terrorizzati iniziarono a fuggire in ogni direzione, cadendo come fuscelli sotto i colpi di tomawhak di Alce Veloce e dei suoi uomini. La carneficina fu evitata perché Alce Veloce vista la resa degli Irochesi, diede loro il permesso di raccogliere i loro caduti per permettere di portarli nel loro cimitero, in modo che potessero salire dal grande padre con tutti gli onori che spettano ad un valoroso guerriero, amico o nemico che sia. Alce Veloce non si era accorto che l’imboscata che aveva preparato si stava trasformando in una sonora sconfitta, visto che il gruppo di capi dall’alto spiava tutte le loro mosse indicando ai propri uomini dove si trovavano lui e i suoi. Quando ebbe coscienza dell’accaduto corse dove ero e mi abbracciò gridando Occhio di Lince, la tua mira ha salvato molte vite, e la tua astuzia ti ha reso un grande guerriero, ma questo già lo sapevo, collana con denti di Orso non mente, solo un grande guerriero la può portare. Chi te l’ha data aveva visto in te quello che ora sei Occhio di Lince, mira infallibile, ai ucciso il capo più valoroso del popolo Irochesi, e gli altri due sono Dente di Lupo, suo fratello, e un grande Generale Inglese che noi cercavamo di catturare o uccidere da anni. Il ritorno al villaggio fu un trionfo per tutti, io dopo il racconto della mia impresa che Alce Veloce aveva fatto agli anziani, non avevo più un minuto di pace, più volte al giorno dovevo raccontare nel mio francese stentato misto a qualche parola in lingua Ojibway a giovani e anziani come avevo abbattuto i tre capi nemici. I più piccoli al mio passaggio mimavano i tre colpi di carabina, per poi cadere a terra fingendo di morire. Orso Grigio invitò tutti i capi delle varie tribù per festeggiare questa vittoria, mentre Alce Veloce man mano che si avvicinava il giorno dei festeggiamenti, mi guardava con un sorriso che lasciava presagire qualche scherzo da parte sua, o di qualcun altro, parlava con gli altri guerrieri nella loro lingua, questi mi guardavano per poi scoppiare in una sonora risata. Non capivo, ma certamente lo scherzo sarebbe stato di mio gradimento, visto che ero considerato al pari di Alce Veloce l’eroe del villaggio, perciò decisi di non pormi domande, e aspettare la notte dei festeggiamenti. Arrivò finalmente il giorno dei festeggiamenti, dai boschi e dal lago apparivano alla spicciolata piccoli e grandi gruppi di guerrieri, con al seguito donne e bambini. Chiesi a Alce Veloce come mai si fossero spostati interi villaggi e non solo gli uomini, Alce Veloce con una risata mi rispose: Vedrai quando sarà notte, vedrai! Era uno spettacolo di colori che non avevo mai visto tutti i capi addobbati con le insegne del potere, le donne vestivano abiti in pelle di Daino ricamati con fili di ogni colore, i loro capelli dalle lunghe trecce nere come la pece, fermati da bianchi monili intagliati, ricavati da unghie, e denti di animali, facevano apparire le più giovani come delle figure che avevo visto sui libri di scuola, quando il canonica ci facevano studiare l’antica Grecia. Ogni gruppo portava con se anche il necessario per mangiare, e come si stabilivano nel posto loro assegnato secondo il valore del loro capo, subito accendevano un grande falò e mettevano ad arrostire ogni ben di dio di carne, e pesce. Tra me e me pensai: Speriamo che non mi tocchi di passare di gruppo in gruppo per raccontare la battaglia altrimenti non basta un mese. Tamburi e piccoli flauti fatti con canne palustri, all’imbrunire iniziarono i festeggiamenti, Alce Veloce venne nella mia tenda con un abito di pelle che così bello non avevo mai visto, mi disse: Indossalo fratello poi potrai sederti al fuoco centrale con tutti i capi tribù dell’alleanza Ojibway. Dopo queste parole si allontanò con la solita risata sarcastica. Era notte da un poco quando mi avvicinai al fuoco centrale dove erano seduti tutti i più valorosi guerrieri dell’alleanza, Orso Grigio, del quale conoscevo il potere, era seduto al posto del capo. Vedendomi arrivare con un gesto della mano mi face segno di sedermi nel posto che mi era stato assegnato alla sua sinistra, un onore riservato a chi è sentito come un figlio nel cuore di un padre. Alla sua destra Alce Veloce, al suo fianco il capo Nimekance, della banda Sarnia un valoroso mai sconfitto in battaglia. Mangiai ogni cosa mi venne servita, mentre Orso Grigio e gli altri guerrieri ridendo dicevano: Mangia Occhio di Lince, mangia ne avrai bisogno nei prossimi giorni. Continuavo a non capire, ma andava bene così, mai mi sarei aspettato tutto questo quando ero fuggito dal regno di Savoia. Io il figlio del prete valdese di un paesino sperso sulle Alpi, onorato come un capo di questo popolo che con la sua ospitalità e amicizia mi aveva fatto scordare tutte le brutture sopportate quando ero stato incarcerato per aver protestato la mia rabbia al signorotto del mio paese. Quando la luna fu alta nel cielo, i tamburi di colpo cessarono, tutti gli uomini e donne degli altri fuochi si avvicinarono al nostro, Orso Grigio con fare molto serio posando una mano sulla mia spalla, e l’altra sulla spalla di Alce Veloce prese la parola: Fratelli vi ho voluti tutti qui con me per festeggiare questa grande vittoria, ma non solo, come aveva annunciato il nostro grande saggio Jon Simcoe, sono arrivati da noi due giovani guerrieri che con il loro coraggio hanno fatto sì che da domani saranno gli Irochesi a temerci. I nostri figli e le nostre mogli non dovranno più temere attacchi Irochesi, ora stanno seppellendo i loro morti, hanno capito che da oggi in poi dovranno temere ogni volta che entreranno nei nostri territori, perché i loro scalpi saranno sempre più numerosi sulle nostre lance, e sui nostri Totem, Alce Veloce tu sei arrivato qui ferito gravemente con tua sorella anni fa, colpevoli solo di essere stati partoriti da una madre, violentata e abbandonata da un branco di uomini malvagi, questo ha fatto sì che dove andavate venivate additati e cacciati come bastardi, solo grazie alla tuo forza interiore, oltre che fisica sei riuscito a far crescere tua sorella lontana da ogni pericolo, fino al giorno che gli inglesi ti hanno quasi ucciso, ma grazie a Manitù ti ho trovato, e oro posso dire di avere il figlio che non ho mai potuto avere. Poi rivolgendosi a me: Tu Occhio di Lince, sei arrivato senza che io ti abbia cercato, solo il caso quella notte ci ha fatto incontrare, ma da quel giorno ho capito che il secondo figlio maschio del quale parlava Jon Simcoe eri tu. Poi continuò: So che tu molto lontano ai una famiglia, non voglio sostituirmi a loro, ma permetti fino a quando sarai con noi di averti come mio figlio, e fratello di Alce Veloce. Dicendo queste parole ci strinse a se, io in quel momento sentii veramente come se fosse stato mio padre ad abbracciarmi. Alce Veloce con il suo solito sorriso, mi bisbigliò: Fratello ora per te viene il bello. In effetti il discorso Orso Grigio era solo iniziato, il vecchio capo si fece più serio e rivolgendosi al consiglio dei capi disse: Fratelli, da oggi Alce Veloce prenderà il mio posto nel grande consiglio delle nazioni. A questo annuncio tutti i capi annuirono in segno di approvazione. Poi rivolto a me: Figlio mio, tu non hai il nostro sangue, e un domani quando cambierà la brutta situazione che c’è nel tuo paese ci dovrai lasciare, fino allora tu sarai considerato da tutti un capo Ojibway così ho deciso, e con me hanno deciso tutti i capi del popolo Ojibway, ma per creare un legame ancora più forte accetta questo dono che ti facciamo io e Alce Veloce. Non mi ero accorto che Alce Veloce si era assentato mentre Orso Grigio parlava, dopo poco apparve, al suo fianco una giovane che fino allora non avevo mai visto al villaggio. Era bellissima, rimasi incantato, i suoi occhi penetrarono nei miei arrivando fino al cuore, non trovavo le parole, e nello stesso tempo non capivo. Alce Veloce e la donna si avvicinarono a me, a questo punto Alce Veloce con il permesso di Orso Grigio parlò: Occhio di Lince è nostra usanza donare a un amico fraterno ciò che di più caro abbiamo nella vita. Poi diventando ancora più serio disse: Io ti dono mia sorella Luna Splendente, così saremo fratelli cognati, poi tornando al suo sorriso di sempre esclamò: Più uniti di cosi! Mentre parla io sentivo il mio volto diventare paonazzo, ero un timido e tutti questi complimenti mi facevano arrossire, ma questa volta non di vergogna, ma di felicità. Presi coraggio perché anch’io dovevo pur dire qualcosa e balbettando dissi: Io ringrazio te Orso Grigio, ringrazio anche te Alce Veloce, tu mi doni ciò che di più caro ai nella vita, ma al mio paese ho sofferto troppo vedendo ragazze sposare uomini più vecchi, perché i loro genitori mandandole in moglie a vecchi uomini ricchi garantivano a loro una vecchiaia felice, senza pensare se le loro figlie lo erano. Perciò sarà Luna Splendente a dire se mi vorrà. Da parte mia aggiunsi: Sarebbe un grande onore averla in moglie. Conoscevo le loro usanze, e avevo visto quanto potevano essere dolci le loro donne. Alce Veloce alle mie parole scoppiò in una sonora risata: Ora capisci tutte le risatine che facevamo al tuo passare fratello, Luna Splendente si è innamorata di te dal primo momento che tu sei arrivato al villaggio, non l’hai mai vista perché era andata in un altro villaggio per aiutare una donna con tanti figli che aveva perso il suo uomo in guerra, ma ogni volta che la incontravo mi chiedeva di te, dicendomi che se tu avessi voluto lei sarebbe stata felice di diventare la tua sposa. Dopo quella notte passai il periodo più bello della mia vita, non mi sembrava vero di rientrare ogni sera a casa e trovare il sorriso e le amorevoli cure di Luna Splendente, anche da parte mia non dimenticavo di portare a casa per lei ogni giorno un pensiero, bastava un fiore, una piuma di Gallo Cedrone, un dente di Lupo o di Orso. Mi ringraziava dicendo che li avrebbe messi da parte per prepararmi un copricapo regale come si conviene a un capo del suo popolo. Io e Luna Splendente dopo il primo periodo vissuto in tenda al villaggio, andammo a vivere in una casa che avevo ricavato da un vecchio avamposto Inglese abbandonato, non era una reggia ma si poteva vivere in due al riparo del freddo inverno, e anche dalle umide estati, visto che con tutta l'acqua che ci circondava non potevi lasciare una coperta fuori alla notte, perché il mattino dopo l'avresti trovata bagnata fradicia di rugiada, era il nostro paradiso, e a noi bastava. Una mattina il vecchio capo Orso Grigio mi convocò al villaggio, quando mi presentai nella tenda delle riunioni il vecchio capo mi guardò scuro in volto, trovai la cosa molto strana, visto che gli altri anziani mi avevano ricevuto con pacche sulle spalle e sorrisi benevoli. Dopo essermi accomodato al fianco di Alce Veloce, e Jon Simcoe, unici giovani ammessi alla riunione con me, Orso Grigio prese la parola. Oggi per il popolo Ojibway è il giorno delle grandi decisioni, per primo dobbiamo decidere chi prenderà il mio posto nella guerra che stiamo per intraprendere contro gli Irochesi, è giunta l'ora di respingerli nelle loro terre, e se ciò non bastasse di combatterli fino a che siano loro a chiederci una resa alle nostre condizioni. Secondo, dobbiamo decidere se Occhio di Lince dovrà partecipare alla battaglia, e con che ruolo. Terzo, come dovremo comportarci quando arriveranno, i nemici di Occhio di Lince per sfidarlo a duello e per dimostrare di essere più abili di lui, questa è una stupida usanza dei cacciatori di pellicce, e ancora peggio degli avventurieri che stanno arrivando nei nostri territori. Così dicendo Orso Grigio mi passò un foglio di carta scritto in Inglese, dove c'era scritto. L'uomo bianco chiamato Occhio di Lince, è ricercato vivo o morto dal governo di sua Maestà Britannica. Chiunque lo consegnerà alle autorità Inglesi verrà premiato con cento Ghinee d'oro. Orso Grigio guardandomi disse: capisco poco cosa c'è scritto ma mi è bastato capire che era per te figlio mio. Spiegai a Orso Grigio e agli altri di cosa si trattava. Sentito quello che c'era scritto Alce Veloce prese la parola dicendo: Fratello mio tanti nemici tanto onore, Gli Inglesi ti temono, gli altri bianchi che vogliono cacciare gli Inglesi faranno di tutto per portarti dalla loro parte, I Francesi faranno la stessa cosa, sta a te decidere ora cosa fare. La mia risposta non lasciò dubbi ai miei amici: sono rinato con voi, e fino a quando voi lo vorrete io sarò con voi, un Ojibway dalla pelle chiara e dagli occhi color del lago Uron in un mattino di sole, come mi ha definito mia moglie, Luna Splendente, la vostra pace sarà la mia pace, e le vostre guerre saranno le mie guerre. Con un gesto poco consono a quel popolo, ma molto eloquente per me, tutti i capi mi applaudirono. Orso Grigio riprendendo la parola disse che secondo lui, Alce Veloce e Jon Simcoe sarebbero stati per forza e scaltrezza in guerra i più adatti per guidare i guerrieri Ojibway contro gli Irochesi. Il gran consiglio approvò nessun capo anziano escluso. La seconda decisione riguardante la mia partecipazione alla guerra, dopo le mie parole fu ritenuta scontata. La terza fu lasciata in sospeso, perché fino a quando sarei stato con loro nessun cacciatore di taglie, o avventuriero, avrebbe avuto il coraggio di sfidarmi, perché avrebbe sfidato l'intero popolo Ojibway. Con l'arrivo della luna nuova partimmo, avevamo formato una dozzina di gruppi di un paio di centinaia di guerrieri, il nostro il più folto, era quello che avrebbe dovuto affrontare gli Inglesi che sostenevano gli Irochesi in guerra. Non passò molto che ci fu il primo scontro con un reparto Inglese, questi avanzavano con il solito sistema composto da diverse file di uomini, la prima fila sparava, per poi riportarsi dietro alle altre per ricaricare, gli Irochesi agivano colpendo all'improvviso. Solo che non avevano tenuto conto delle mie carabine, e specialmente a chi erano indirizzati i miei proiettili. Dopo alcuni colpi ben assestati fu evidente a quel gruppo di uomini in divisa rossa che senza ordini precisi, era meglio darsela a gambe, per quanto riguarda gli Irochesi fu la stessa cosa, erano bravi ad attaccare di sorpresa, ma non sapevano difendersi se attaccati frontalmente. Per più di un mese continuammo ad avanzare, ogni scontro vedevamo sempre meno divise Inglesi, dagli altri gruppi arrivavano notizie che si stava completando la disfatta dei nostri nemici, anche perché non erano abituati alle sconfitte, e questo portava il panico nelle loro file a ogni scontro. Mancava l'ultimo villaggio, e poi tutto il territorio Irochesi sarebbe stato nostro. Arrivammo un mattino di sole splendido, nella mia mente un solo pensiero, che penso condiviso da tutti i guerrieri, sia Ojibway, che Irochesi. Come sarebbe stato bello essere al nostro villaggio con le nostre famiglie, e non essere qui pronti ad ammazzarci gli uni contro gli altri. Un centinaio di metri fuori da quel villaggio, su di un cavallo bianco, la figura di quello che doveva essere un capo molto importante, lo potevi riconoscere dal copricapo di penne d'Aquila che arrivava fino a terra, e dalle armi che portava con se. Ma quelle armi non erano mostrate a noi in segno di sfida, ma erano posate di traverso sulle sue braccia in segno di resa. Jon Simcoe e Alce Veloce si avvicinarono all'uomo, parlarono per pochi attimi, poi con il classico gesto di pace, fecero segno a noi che non ci sarebbe stato più bisogno di combattere. Alce Veloce mi si avvicinò felice, e ridendo disse: hai vinto un'altra battaglia fratello. Poi vista la mia espressione stupita precisò: il capo degli Irochesi mi ha detto piagnucolando come un bambino capriccioso, per favore non fatemi uccidere da Tre Spari, chiediamo la pace alle vostre condizioni. Poi alzando il suo arco verso il cielo gridò, viva mio fratello Occhio di Lince Tre Spari, ora si che sei diventato un mito fratello. Al nostro rientro ci furono festeggiamenti per giorni e giorni, ogni uno di noi doveva raccontare come si erano svolti i combattimenti, a giovani, e anziani. Io ero al centro dell’attenzione anche per il nome che mi avevano appioppato gli Irochesi, tutti mi chiamavano Tre Spari il terrore degli Irochesi. Alla sera rientravo stanco morto nella mia casa, crollavo sul letto addormentandomi all’istante, per svegliarmi il mattino dopo nudo abbracciato a Luna Splendente, che come tutte le donne indiane, in quei momenti anche se la voglia di avermi tutto per se era grande, mi lasciava libero di festeggiare con tutti quelli che venivano alla nostra casa. Anche il tempo dei festeggiamenti finì, e tutto riprese nella normalità quotidiana, chi cacciava, chi seminava Mais e Riso selvatico, le donne anziane conciavano le pelli per le tende, io cercando nei d’intorni avevo trovato un cucciolo di cane, la madre e i fratelli erano stati sbranati probabilmente da i lupi o da un orso, il piccolo si era miracolosamente salvato perché essendo forse il più grande si era allontanato dalla tana per curiosare, questo gli aveva salvato la vita. Il piccolo probabilmente incrociato con un lupo cresceva forte e robusto, aveva in poco tempo imparato l’arte di stanare piccole prede come conigli selvatici, e ogni tipo di volatile. Lupo così lo avevo chiamato non era il solo a crescere, anche il ventre di Luna Splendente con nostra grande felicita, cresceva ogni giorno, tanto che le donne del villaggio, già discutevano sul sesso della giovane vita nel grembo di mia moglie. Imparai che la gravidanza tuttavia era un periodo fondamentale non solo per la vita dell’individuo ma dell’intera tribù, che si arricchiva di un nuovo spirito e di un nuovo corpo. Anche in periodi di estrema povertà, come poteva essere una carestia o l’assenza dei bisonti, le nascite erano trepidamente attese e salutate come segno di fortuna. A differenza dell’Europa dove ero nato, una nuova bocca da sfamare era spesso vissuta come calamità se in condizioni di povertà, per gli indiani d’America i bambini erano un dono del Grande Spirito e come tali dovevano essere onorati. Maschi o femmine non faceva differenza poi che entrambi i sessi erano utili alla collettività. Le donne incinte erano quindi oggetto di cure e favori e non di rado venivano sollevate da compiti sgradevoli che potessero turbare l’anima del bambino. Luna Splendente ogni giorno veniva stimolata a camminare molto per rinforzare la muscolatura del bacino per favorire le doglie. IL suo corpo veniva oliato e massaggiato quotidianamente dalle donne del clan mentre le sciamane si facevano in quattro per interrogare gli spiriti e aprire la strada dell’aldiquà al nascituro Per il resto Luna Splendente espletava le solite incombenze quotidiane, a cui aggiungeva la filatura del corredino del neonato. Il Papoose, marsupio in cui il bimbo avrebbe trascorso il primo anno di vita, veniva fabbricato a metà, probabilmente per una sorta di superstizione; quindi io come di regola avevo preparato l’impalcatura esterna, fatta con legno di Ontano. Poi, una volta nato il bambino, le donne del clan vi avrebbero apposto le pelli o le stoffe a seconda della stagione e infine a Luna Splendente l’avrebbe adornato con i simboli di nascita e tutti gli auspici che si erano verificati nell’ambito della nascita. La nostra vita procedeva spensierata nell’attesa del parto, io alcune sere preparavo una specie di risotto per Orso Grigio, e gli altri uomini del villaggio. Il riso selvatico non era molto dissimile dal riso che si coltivava nelle pianure del Piemonte, in più per mantenere il vecchio detto dei miei nonni: il riso nasce nell’acqua, ma deve morire nel vino, aggiungevo un vino da me prodotto. Un giorno arrivò al villaggio per conoscermi un anziano signore Tedesco di nome Shiller, aveva con sé molti tralci di vite, la cosa mi incuriosì al punto che l’uomo prima di andarsene mi regalò una ventina di quei tralci, tralci che secondo lui erano discendenti della vite trovata sulle coste Atlantiche, dai Vichinghi di Erik il Rosso, questo lo aveva letto su antichi testi Teutonici e nord Europei, dove si parlava della terra di Vineland. Quei venti tralci posizionati sul retro della casa dove in sole batteva dall’alba al tramonto, in più riparata con cumuli di paglia durante il gelido inverno Canadese, l’anno dopo iniziarono a dare bei grappoli, con acini piccoli, ma monto gustosi. Il vino che avevo ricavato da dolce rosolio, si trasformava in un rosso leggermente brusco, perciò lo chiamai Labrusca, ma per il mio gusto, e i miei risotti era l’ideale. Grazie a Luna Splendente imparavo velocemente la lingua Ojibway, perché anche se era una lingua di ceppo Algonchino, in molte parole era completamente diversa. Gli Ojibway difficilmente accettavano di inserire nel loro idioma parole derivate sia dal Francese che dall'Inglese, anzi preferivano creare nuove parole ma sempre nella loro lingua. Così mentre riposavo dopo una giornata di lavoro nel nostro campo di riso selvatico, o al rientro da una battuta di caccia con gli altri uomini del villaggio, Luna Splendente mi dava lezioni di Ojibway. La sentivi dire: Ojibaa, ripeti con me Tre Spari: Ojibaa, vuole dire, lui o lei sta arrivando. Izhaa, lui o lei, va. Majaa, lui o lei parte. Zhaaganaashimo, lui o lui parla inglese. Poi ancora: Naboob è zuppa ikwe è donna, inini è uomo, ikwezens è ragazza, gwiiwizens è ragazzo, mitig è albero, asemaa è tabacco, opwaagan è pipa, mandaamin è mais, miskwi è sangue, doodooshaaboo è latte. Cosi giocando con le parole ogni giorno imparando la lingua mi integravo sempre di più con lei e il suo popolo. Un giorno si presentò al villaggio un Trapper che conosceva Orso Grigio, disse che era venuto per conoscemi, la cosa mi stupì molto perché dai tempi della guerra contro gli Irochesi erano passati già tre anni, e io credevo che tutti si fossero dimenticati delle mie imprese. Scoprii poi era venuto per comperare le mie carabine. Io non sapevo che quei tre fucili erano prototipi che precorrevano i tempi di almeno mezzo secolo. Quell'uomo era disposto a pagarli una fortuna, sarebbero stati l'ideale per la caccia al Bisonte, così diceva. Io del suo denaro non sapevo cosa farmene, avevo tutto quello che mi bastava per vivere, una bella moglie, un figlio che era la nostra felicità, da mangiare a volontà, l'unica cosa che desideravamo che quel periodo felice durasse per sempre. Chiese di poterli almeno provare in una battuta di caccia, così una mattina con Alce Veloce e altri guerrieri partimmo per una battuta di caccia. Lupo, felice come sempre quando andavamo a caccia tentava di stanare qualche animale, arrivato in una radura a circa trecento metri da noi, lo vidi sdraiarsi a terra immobile, segno che lì vicino c'era una possibile preda, feci cenno al Trapper di guardare in quella direzione perché di lì a poco sarebbe potuto spuntare una preda. L'uomo imbracciò la carabina e si mise in attesa in posizione di sparo, dopo pochi istanti da dietro un cespuglio spuntò un palco di corna enormi, era un grosso esemplare di Cervo, imbracciai a mia volta non volevo che quella bestia fuggisse in caso il Trapper lo avesse mancato, con quell'animale si potevano sfamare tre famiglie per alcuni giorni. Ma il Trapper non fallì, pochi istanti dopo lo sparo l'animale cadde a terra morto stecchito, il Trapper fece un urlo di gioia spronò il cavallo in direzione del Cervo, ma con nostra grande sorpresa sparì nella macchia senza più rispuntare. La cosa non mi stupì affatto, mi era parso troppo accondiscende in quei giorni al villaggio, ma Orso Grigio quando io avevo fatto notare la cosa, mi rispose che non era un amico, ma si era sempre comportato lealmente con loro. Mentre io e Alce Veloce ci interrogavamo su cosa potesse essergli capitato, dalla macchia da dove era sparito, partì un colpo che sentii fischiare vicino al mio orecchio sinistro, per poi andare a conficcarsi in una betulla che stava alle nostre spalle. Ci volle poco per capire il giochetto mortale che aveva inscenato quell'uomo, presi la mia carabina calcolando da dove era partito il colpo sparai due colpi con le due carabine rimaste, si senti il nitrito del suo cavallo, e dopo pochi attivi l'animale che correva verso di noi senza nessuno che lo montasse. Accerchiata la zona entrammo nella macchia, la figura stesa a terra del Trapper non aveva bisogno di altre spiegazioni, avevo avuto fortuna, molta fortuna, ma anche l'aver visto quel rivolo di fumo dopo lo sparo era stato l'indizio che più mi aveva aiutato. Ispezionando gli abiti del Trapper trovammo un lascia passare del governo Inglese, dove c'erano le generalità di quel tipo, Colonello Fisher Antony, fu subito chiaro che era venuto per vendicare i suoi commilitoni, e se gli fosse riuscito, uccidere noi, e recuperare le Carabine. Alce Veloce non parlava, mi guardava fisso quasi impaurito, quando gli chiesi cosa avesse, mi rispose che o io ero stato mandato dal grande padre, o ero uno stregone, per aver colpito alla cieca quell'uomo. Risposi con un sorriso, anche se la morte di un uomo non ha nulla da rendere allegri: fratello è stata solo fortuna, con un poco di buon spirito di osservazione. Non convinto Alce Veloce rispose che in ogni caso avrei avuto un nuovo racconto per giovani e vecchi guerrieri, per altre serate compagnia al villaggio. WWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWW NEL NUOVO CONTINENTE LA COLONIA PENALE DI BOTANY BAY WWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWW L'inaspettato attentato fallito di quell'ufficiale Inglese mi fece riflettere sul domani mio e della mia famiglia. Dovevo escogitare qualcosa per uscire da quella situazione che pensavo ormai risolta, non potevo mettere a repentaglio la vita dei miei cari, e quella dei miei amici Ojibway. Non era mio costume camuffarmi ma visti gli eventi mi feci crescere la barba, una bella barba rossa, cosa molto strana per un Italiano, probabilmente avevo qualche antenato ancora più nordico di me. Con abiti probabilmente trafugati durante qualche razzia a qualche famiglia di origine Anglosassone, mi avviai alla volta del villaggio sul fiume san Lorenzo per cercare di capire, cosa si diceva di me, e soprattutto se sarei stato in grado di fuggire da quei luoghi tanto amati, ma che stavano diventando pericolosi. Al campo avevamo un bel cavallo baio, non il classico Pony, rassicurata Luna Splendente, e gli amici, partii cavalcando per quasi una settimana verso la località dove ero approdato anni prima in fuga dall'Europa. Dovevo cambiare completamente aspetto in quella settimana, da Trapper più Pellerossa, che Europeo, mi dovevo trasformare nel tipico europeo nato nel nuovo mondo. Non sarebbe stato semplice contattare gli Inglesi in tutto il periodo di permanenza con gli Ojibway mi ero perfezionato con il francese ma di quella specie di Inglese parlato nel nuovo mondo riuscivo appena a sbiascicare le quattro parole giusto per intavolare un discorso. Con me avevo portato il lascia passare, e una borsa con un bel gruzzolo di monete di quell'ufficiale Inglese, non sapevo cosa farne, ma forse un giorno sarebbero potute servire. Arrivato di primo mattino, il villaggio che avevo trovato al mio arrivo, si era trasformato in una cittadina con tanto di velieri, alla fonda nel porto fluviale. Notai con mio grande sollievo che si parlava una tale miriade di lingue, e tutte mischiate tra loro che il mio Francofono misto Inglese sarebbe stato più che sufficiente. Mi infilai nella prima locanda, fingendomi appena arrivato dalla costa Atlantica, cominciai a chiedere informazioni sul posto. I'Alcol scorreva a fiumi, per me non era un problema, anzi un aiuto che poteva far sciogliere molte lingue, specialmente quelle degli ubriaconi che lì non mancavano. Trovai subito un tipo, tale Billy Joe, che dopo due bicchieri di whiskey mi fece il resoconto della situazione in città. Gli Inglesi comandavano ancora, ma la situazione non era proprio delle più rosee, perché ogni volta che qualcuno contravveniva alla legge, anche il furto di un pesce al mercato, costava la pena di morte, o l'esilio in un’isola nel mezzo dell'Oceano. C'era aria di rivolta, gli Inglesi nati lì, i Francesi e gli Olandesi, uniti agli Irlandesi in lotta da sempre con la corona Inglese, tutta questa gente si sentiva Americana, non più Europea. Il XVIII secolo per l'Inghilterra e i suoi domini era un periodo di trasformazioni sociali, portavano si benessere, ma anche un aumento di criminalità, perché si era creato un divario sociale molto marcato, o si era ricchi, o poveri, non c'era una classe sociale media. Il Governatore dei domini Inglesi aveva introdotto leggi molto severe, uguali a quelle che venivano fatte osservare su tutti i territori della Corona, Billy Joe mi spiegò che il più piccolo furto veniva punito con la pena di morte, o nella migliore delle ipotesi si veniva confinati in un'isola chiamata Australia, territorio Inglese nel mezzo dell'oceano, dall'altro capo del mondo. Quell'isola scoperta prima dagli Olandesi e nominata nuova Olanda, ma visto che era praticamente impossibile abitavi, abbandonarono le loro pretese. Fino a quando un esploratore, il capitano James Cook, rivendicò la Nuova Olanda, ora Australia, alla Gran Bretagna. Poco dopo, nel 1786, la costa orientale dell’Australia fu destinata a colonia penale. L’anno seguente la “Prima Flotta” lasciò l’Inghilterra per fondare una colonia in una parte dell'isola chiamata Nuovo Galles del Sud. Seguirono altre spedizioni e ben presto in Australia sorsero diversi insediamenti di detenuti portati lì da tutti territori del Regno compresi i territori ancora sotto il dominio Inglese a nord dei grandi laghi. Billy Joe precisò anche che molti detenuti preferivano la pena capitale piuttosto che andare in quei luoghi infernali. Lasciato Billy Joe con una buona scorta di Whiskey, avendo saputo quello che mi interessava, cercai una stanza in un albergo, per meditare con calma sul da farsi, dovevo escogitare il sistema per prendere una di quelle navi, e portare con me Luna Splendente e nostro figlio, cosa più semplice da dire che da attuare. Mi addormentai quasi subito dopo una settimana a cavallo, un bagno caldo, una grossa bistecca, erano state per me come un sonnifero. Il mattino rilassato e riposato, mi misi alla ricerca di qualcuno che potesse darmi ulteriori informazioni su come imbarcarmi. Con mia grande sorpresa allo stesso posto dove lo avevo lasciato anni prima, il vecchio capo Sioux era lì che sembrava aspettare solo me. Mi avvicinai lui guardandomi mi disse Tre Spari ti è dato di volta il cervello? Vieni qui nella tana del lupo, tu sei pazzo. Come mi aveva riconosciuto non me lo potevo spiegare, ma visto che lui aveva previsto tutta la mia vita dall'arrivo ad oggi, lo informai sulle mie intenzioni, dopo avermi ascoltato disse: non sei pazzo, sei un uomo molto astuto, chiaramente in mezzo al gregge chi può pensare che c'è un lupo travestito d'agnello? Torna domani ragazzo, vedrò cosa si può fare. Prima di lasciarlo gli feci vedere il lascia passare di quell'ufficiale venuto per uccidermi. Il vecchio capo con un cenno della testa mi fece intendere che sarebbero stato utili. Per tutta la giornata mi comportai come un qualsiasi cittadino del posto, cercavo di farmi amico qualche marinaio Inglese che nei momenti di libera uscita, si ubriacava nelle taverne al porto. Finalmente dopo aver passato la notte, il mattino dopo mi recai dal vecchio capo Sioux. Lo trovai sempre al solito posto, sempre seduto alla maniera dei pellerossa, sempre uguale, praticamente l'unica cosa che potevi notare di lui il movimento delle labbra quando parlava, e qualche sorriso compiacente quando mi chiamava Tre Spari. Per prima cosa mi restituì il salvacondotto, notai subito il nome cambiato, non più Fisher Filip, ma Fisherman Filippo, nello spazio sottostante un nome, dove prima era vuoto ora c'era scritto nato a Dublino Irlanda, il mio grado militare ottenuto sul campo nelle battaglie contro i Francesi all'età di venti tre anni. Mi disse che quel nome era vero, ma chi lo portava era morto massacrato da un orso, su nel lontano Klondyke, perciò visto che io ora avevo trentacinque anni praticamente sarebbe stato impossibile riconoscermi. Mi diede anche un libro sull'Irlanda e la sua storia vista dagli Inglesi, con la preghiera di imparare il più possibile in caso avessi trovato qualche raro soldato Irlandese arruolato sotto sua Maestà Britannica. Mi disse anche: ora ai un mese di tempo per tornare al tuo villaggio istruire tua moglie, riceverai una divisa e degli abiti per la tua sposa, imparerete il più possibile sulle vostre nuove origini, e quello che non riuscirete ad imparare, direte che eravate talmente piccoli quando siete arrivati nelle Americhe che non ricordate nulla dell'Irlanda. Poi mi consegnò un altro salvacondotto con scritto il nuovo nome di mia moglie, Elisabet Sinclair, nata nella nuova Scozia orfana dei genitori, uccisi dai pellerossa. Le sue ultime parole furono: ragazzo su quel libro troverai tutto quello che ti occorre per vivere e comportarti come un militare Inglese, e per tua moglie i modi e le usanze di una famiglia di origini Anglosassoni, da tempo nel nuovo mondo. Dopo averlo ringraziato presi il cavallo, e partii alla volta del villaggio. Viaggiai praticamente giorno e notte tanta era la voglia di arrivare per raccontare a Luna Splendente, e agli altri la mia avventura in città, durante il viaggio dovevo guardarmi da possibili pericoli, avventurieri di tutte le razze, travestiti da cacciatori infestavano quelle foreste che pochi decenni prima erano l'abitat esclusivo dei nativi, più di una volta dovetti smontare per coprire gli zoccoli del cavallo con degli stracci, perché così facendo nascondevo le tracce del mio passaggio, io e il mio cavallo eravamo preda molto ambita. Quando arrivai al villaggio, misi al corrente Orso Grigio e Alce Veloce della mia decisione, Orso Grigio uomo di grande saggezza convenne che era la soluzione migliore, specialmente dopo aver sentito che il vecchio capo Sioux, si era adoperato per aiutarmi. Non capiva come quel vecchio riuscisse a sapere ogni mia impresa, ma se mi aiutava di certo non poteva essere nemico, sia mio, che del popolo Ojibway. Alce Veloce non era molto contento, anch'io volevo che venisse con noi, non potevo separarlo dalla sua amata sorella, non avevo detto al vecchio Sioux di lui, ma certamente avrebbe trovato un modo per farlo partire con noi. Per un mese io e Luna Splendente studiammo usi e costumi degli Inglesi, parlavamo discretamente la lingua, io avevo imparato anche qualche frase in Gaelico. Tutto era pronto per la partenza, in una cassa avevo messo anche una buona razione di semi di mais, e altre sementi che sarebbero potute servirmi, in uno straccio che avremmo dovuto tenere costantemente umido, una ventina di tralci di vite. Il mattino della partenza, dopo aver salutato Orso Grigio e tutti gli abitanti del villaggio, su un cavallo Luna Splendente con il piccolo Antonio Piccola Volpe, Alce veloce con il suo fido pony, io con il mio cavallo, partimmo con Lupo che ci seguiva scodinzolando felice. Il viaggio questa volta fu più semplice del previsto, una settimana giusta e ci accampavamo a poche miglia dal fiume san Lorenzo. Lasciati Luna Splendente il piccolo, e Alce Veloce, entrai in città per incontrare il vecchio capo Sioux. Era sempre lì seduto nello stesso posto, cosa molto strana in quella strada passavano decine di persone, ma nessuno pareva accorgersi di lui. Mi avvicinai, lui mi fece segno di sedermi al suo fianco, una volta seduto, un pacco con all'interno una divisa nuova fiammante, un biglietto con l'indirizzo, della persona che ci avrebbe aiutati, un plico con tutti i documenti di imbarco, come al solito mi stupii che nei nomi sui documenti ci fosse anche quello di Alce Veloce, e di Lupo, che io stupidamente avevo scordato quando avevo chiesto il suo aiuto. Mi disse: presentati da questa persona lui farà il viaggio con voi, e sarà il tuo comandante, è una persona molto influente e potente, un lord Inglese, ma è anche un uomo buono e generoso, non vi chiederà mai nulla sulle vostre origini, e non si stupirà se Alce Veloce verrà imbarcato come tuo servitore, per un guerriero come lui potrà essere umiliante, ma è intelligente, capirà la situazione. Quell'uomo si chiama lord Lachlan Macquarie, sarà il nuovo governatore del posto dove andrete, e tu sarai il comandante della colonia penale in un posto chiamato Botany Bay, vicino alla città di Sydney, nella regione del Nuovo Galles del Sud, in Australia. Mentre l'uomo mi spiegava, mi accorsi che anch'io seduto al suo fianco venivo ignorato dai passanti, questi ci sfioravano senza degnarci di uno sguardo come se noi non fossimo lì. Decisi di non chiedere nessuna spiegazione al capo Sioux, mi bastava quello che aveva fatto per me dal mio arrivo in America, mi alzai ringraziandolo, il tempo di scansarmi per non venire investito da un calesse, mi voltai e il vecchio indiano non c'era più. Non avevamo molto tempo, corsi da Luna Splendente e Alce Veloce, dopo avere spiegato cosa dovevamo fare, ci avviammo verso l'abitazione di lord Lachlan Macquarie, che si trovava su di un promontorio poco fuori dalla città. Nella città di Québec da dove iniziava la mia nuova avventura, dopo le guerre Anglo Francesi, potevi trovare ogni tipo di nazionalità, Americani Europei, Africani, Nativi che cercavano di integrarsi con pessimi risultati. Perciò un Europeo con la moglie Meticcia, il loro bambino, e un servo Pellerossa, passavano inosservati. Arrivati all'abitazione di lord Macquarie, ci ricevette non come il classico inglese, vedendoci rivolto alla moglie disse: proprio come mi aspettavo, siamo due famiglie che di Inglese hanno veramente poco, io Scozzese, tu Francese, un Irlandese, la moglie per metà Europea, e un indiano Ojibway. Quello che ci vuole per dove andremo. Ci volle un mese per terminare i preparativi per quel lungo viaggio, scorte di viveri, medicinali, specialmente per i più piccoli, tutti i mobili di casa Macquarie, i nostri bagagli erano tutti in poche sacche, lord Macquarie mi aveva detto di non preoccuparmi che parte del suo mobilio lo avrebbe donato a noi per arredare la casa che avremmo trovato al nostro arrivo. Nel frattempo Elisabet Luna Splendete, e Mary la moglie di lord Macquarie, avevano stretto amicizia, sembrava si conoscessero da sempre, le univa anche il fatto di essere madri, e anche mogli di due pazzi scatenati, pronti a buttarsi in ogni avventura pur di dare pace e felicità alla propria famiglia. Alce Veloce sembrava un bambino eccitato da un nuovo gioco, aveva anche riposto i suoi abiti di sempre per indossare abiti europei, quando io lo deridevo per come era vestito, lui facendosi serio rispondeva, sono scomodissimi, pizzicano la pelle, ma dovrò pure abituarmi prima o poi. Aveva anche stabilito un ottimo rapporto con i bambini, lo chiamavano zio Al, e lui passava ore e ore facendoli giocare, mentre io e lord Macquarie, terminavamo i preparativi per l'imbarco. Quebec city era costruirne una dove saremmo andati, nei nostri cuori la speranza di costruirne una ancora più bella, perché l'idea di lord Macquarie, non era di terrorizzare i carcerati, con punizioni eccessive, ma di coinvolgerli premiandoli per la loro condotta, e dare loro la possibilità di costruirsi una casa se avessero voluto rimanere dopo avere scontato il loro periodo di carcerazione. Quell'uomo così alla mano mi aveva stupito favorevolmente, ero ammirato dai suoi modi per nulla Anglosassoni, sempre pronto ad aiutare chiunque con un sorriso. Un mattino ci recammo in città fare la conoscenza dei coloni che ci avrebbero accompagnati, una decina di famiglie con prole al seguito, Laclan così aveva preteso che lo chiamassi. Diceva mi chiamerai Lord quando saremo arrivati, e fino al momento che quello spocchioso aristocratico che andrò a sostituire non sarà ripartito per l'inghilterra, poi per noi nel nuovo continente, sarà come iniziare una nuova vita tutti uguali senza distinzione di classe, Unica eccezione il nostri doveri mio di Governatore, tuo di capo militare, gli altri coloni sono ben assortiti, abbiamo un contabile, un prete, un fabbro, un falegname, un medico, e sei famiglie di contadini, le loro mogli lavoreranno come domestiche nelle nostre case, ma saranno considerate come di famiglia, è tutta brava gente, scelta su consiglio del tuo amico Sioux. Ecco che quell'uomo tornava ancora nella mia vita, sembrava avere programmato tutto, facendo in maniera che tutto procedesse nel bene per tutti noi. Cominciavo a pensare che avesse qualcosa a che fare con un essere sovra naturale, una specie di Grande Spirito. Quel mese passò veloce, e una mattina di inizio estate ci trovò tutti riuniti al porto per l'imbarco, tutta la merce, e una ventina di carcerati con al seguito mogli e figli. Il viaggio era stato programmato in maniera che procedendo verso il nuovo continente avremmo trovato nuovamente l'estate, o se con correnti buone avessimo anticipato i tempi in primavera, perché dove andavamo era nell'altro emisfero terrestre. La fortuna, o come meglio pensavo io, qualche essere sopranaturale proteggesse la mia famiglia e i nostri compagni di viaggio. Arrivammo in vista delle coste in poco meno di tre mesi, che grazie all'armonia che si era creata anche con quelli che avrebbero dovuto fare in viaggio in catene, ma che Lord Laclan, aveva preteso viaggiassero liberi dopo aver garantito a lui che non avrebbero tentato di ammutinarsi. Una sera mi spiegò che anni prima un veliero chiamato Bounty comandato da un capitano tanto crudele che se un prigioniero, o un subalterno si ribellava, alle durissime punizioni che lui infliggeva, veniva gettato in mare con una pietra al collo se prigioniero, o abbandonato a se stesso se su di una scialuppa di salvataggio se militare. Stanco dei continui soprusi del suo comandante il secondo ufficiale di bordo si ammutinò prendendo il comando, fino all'arrivo a Botany Bay. Il goernatore Sir Joseph Banks, ci aspettava sulla banchina del porto tutto impettito, la sua boria sprizzava da ogni poro, Laclan vedendolo bisbigliò al mio orecchio: Vecchio presuntuoso, domani parte perciò non lo dovremo sopportare a lungo, con lui partirà anche il comandante delle guardie altro criminale protetto da una divisa, vedrai Filippo pochi mesi e qui tutto cambierà in meglio, con l'aiuto di Dio. Io mentre lui diceva queste parole pensai subito al capo Sioux, se anche qui avevamo la sua protezione non avremmo avuto ostacoli. La promessa di Lord Lachlan, si trasformò in realtà dopo pochi mesi dal nostro insediamento nella Botany Bay, dal nostro arrivo nel 1810 molte cose cambiarono in meglio. I primi decenni furono momenti di crescita e turbolenza. Lachlan Macquarie, fu una delle figure più significative. Egli prese un villaggio New Albion nato da una prigione e lo trasformò in una città pieno titolo con un senso di orgogliosa appartenenza Sydnay. Molto stimato per il suo atteggiamento simpatico verso i condannati e verso gli uomini e le donne liberati, commissionò numerosi edifici, compresa l’opera del condannato Francis Greenway. Quando Macquarie lasciò il ruolo nel 1822, Sydney vantava strade principali, strade regolari e un sistema di polizia molto organizzato. Dopo il 1822. Ormai quarantenni paghi del frutto dei nostri sforzi, ci ritirammo nelle nostre case che sorte l'una di fianco all'altra in maniera di creare un parco vasto centinaia di ettari dove poter invecchiare felici con le nostre famiglie. Anche Alce Veloce nel frattempo aveva preso moglie, cosi tre famiglie all'apparenza così lontane, hanno dimostrato che differenze di colore classe sociale, non sono mai ostacolo all'amicizia, quella vera con la A maiuscola.

sabato 2 marzo 2019

Il mare di Besano

Vi voglio raccontare una fiaba che inizia con una parolona. Centinaia e più milioni di anni fa, al posto dei nostri laghi, Ceresio, Maggiore, Verbano, c'era un grande mare che ricopriva quasi tutte le terre del nostro continente. Nelle poche terre emerse vivevano diversi piccoli e grandi animali, di questi la maggior parte viveva nel mare. Li c'erano pesci strani, Dinosauri piccoli e grandi, altri vivevano sulle piccole isole che emergevano qua e là, in quel mare azzurro. Dove ora c'è il paese di Besano in val Ceresio, centoventicinque milioni di anni fa, c'era il mare di Besano, lì vivevano gli amici che mi hanno incaricato di raccontare la loro storia. C'era Orfeo, il Tranistròfeo, (Tanystropheus Longobardus) un Dinosauro che abitava le terre emerse, Orfeo aveva un collo lunghissimo, una colorazione mimetica che gli permetteva di catturare, le specie acquatiche del mare di Besano. Orfeo non era un vero e proprio dinosauro, ma da quelli della sua specie sarebbero nati poi quelli che oggi chiamiamo Dinosauri. Il mare di Besano in quei tempi era molto ricco di vita, c'erano molti rettili marini, come gli Ittiosauri capitanati del gigantesco Besanosauro, i Notosauri, i Placonditi. Mentre con il nostro Orfeo, sulla terra abitavano anche il Macroceno, e il Ticinosuco, una specie di di Coccodrillo considerato il padre dei Dinosauri. Orfeo, Lino il Ticinosuco, e Remo il Macroceno, si dividevano le terre emerse, allevando le loro famiglie, vivevano in buoni rapporti di vicinato. Mentre Lino e Remo avevano figli che possiamo definire normali, Orfeo aveva un figlio che gli creava qualche problema, non grandi problemi ma abbastanza da preoccuparlo. Suo figlio Ceresio non si sentiva un Sauro, non voleva cacciare i pesci nel mare, l'acqua gli piaceva solo per fare belle nuotate, la caccia non era per lui. Il piccolo Ceresio si sentiva come un bambino dei giorni nostri giorni, voleva giocare, imparare cose nuove, ma sopra tutto odiava la violenza, verso ogni forma del creato. Questo in quel periodo non era proprio tollerato, se nascevi preda dovevi vivere sempre nel terrore di venire mangiato, se nascevi cacciatore, secondo la tua mole dovevi cacciare, ma nello stesso tempo, guardarti da chi più grande e grosso di te, ti voleva mangiare. Perciò il povero Ceresio era diventato lo zimbello dei fratelli, e anche degli altri cuccioli della zona. La notizia di questo strano Sauro che si rifiutava di cacciare, e sopra tutto di mangiare le specie che erano destinate a questo, faceva sì che da tutte le zone vicine venissero curiosi per vedere quello strano cucciolo. Anche a scuola gli insegnanti si rifiutavano di valutarlo, dicevano che non si impegnava per apprendere l'arte della caccia, mettendolo in disparte, perche altra materia di studio per quei tempi non c'era. Ceresio da parte continuava la sua vita, giocando da solo, e quando il padre gli portava una piccola preda per insegnargli l'arte della caccia, lui con una scusa diceva: Papi vado nella foresta così mi alleno meglio, poi una volta arrivati li, con le lunghe unghie delle dita, sulla prima roccia che trovava, disegnava la figura del cucciolo che gli aveva dato suo padre per allenarsi, poi una volta fatto il disegno, lo lasciava libero, e quando rientrava a casa raccontava ai genitori che aveva liberato la preda. I genitori molto arrabbiati lo mandavano a letto senza cena, ma lui prima di rientrare sapendo quale era la punizione, si rimpinzava di frutta e licheni. Quando il padre lo sgridava, lui con fare serafico rispondeva: io non voglio dipingere la terra e il mare di rosso sangue come fate tutti voi, la terra dove voglio vivere deve avere tutti i colori, perche come l'arcobaleno, tutti i colori sono segno di pace e d'amore. Da allora Sauro cresceva nella natura ignorato da tutti, ma felice nel suo mondo, che gli altri consideravano diverso. Come ogni anno era arrivata la primavera molti sauri a sangue freddo uscivano dai loro rifugi sotterranei per crogiolarsi al primo tiepido sole, Medaura una bellissima Sauretta verde si era svegliata e aveva messo fuori la testolona per assaporare i profumi della primavera. In autunno la sua Mamma, moglie di Orfeo il Tanystropheo, lunga ed elegante nel suo bel colore verde punteggiato di tante macchioline marrone scuro sul dorso e gli occhi grandi e brillanti, l’aveva salutata e le aveva spiegato che tutti i Sauri a sangue freddo dormono tutto l’inverno. Si chiama andare in letargo. Però, con l’arrivo della primavera, il sole caldo li invita a saltare fuori per correre veloci dopo aver scaldato ben bene il loro lungo corpo. La sabbia dove sabbia dove si era rifugiata per l’inverno era fine e nerissima, residuo di qualche eruzione vulcanica avvenuta secoli prima. Man mano che le giornate si allungavano, per l’avvicinarsi dell’estate, Medaura prese coraggio e si mise a scorrazzare, alla scoperta del nuovo ambiente che la circondava. Il sole era caldo. I fiori grandi e colorati. Fiori multicolore bellissimi. Gli insetti erano abbondanti e saporiti. L’erba era verde. Il cielo azzurro, solcato di tanto in tanto da qualche meteorite che cadeva sulla terra creando disastri su quel mondo antico, ma per le ere geologiche ancora un bambino in fasce. Però Medaura si sentiva un po’ sola. Presto non si accontentò di esplorare l’ambiente e andò alla ricerca dei suoi simili. Sapeva che per trovare altri Sauri come lei, decise di avventurarsi all'interno dell'isola. E così fece. Arrivata su di una piccola collinetta, formata rocce vulcaniche. Vide in lontananza la grande mole di Ceresio, alla sua vista Medaura si mise al riparo dietro un grande albero di Ginko Biloba. Ceresio era marrone, non verde come lei, e parlavano una lingua strana, molto simile alla sua ma molto più antica. Notò anche che quel grosso bestione aveva una voce gentile e suadente, mentre si rivolgeva a dei piccoli animaletti che normalmente dovevano essere le sue prede. Anzi giocava con loro ridendo e scherzando. Medaura che aveva bisogno di compagnia, prese coraggio e si avvicinò. Ma i piccoli animaletti alla sua vista fuggirono al riparo della mole di Ceresio. Medaura avvilita, se ne andò ritornando nella foresta. Da allora se ne stava, sola soletta, ai piedi della collina e giocava a rincorrere le ombre delle farfalle e delle nuvole. Un giorno, mentre giocava, si scontrò con qualcuno. Non l’aveva visto, perché si era appiattito sulla roccia, di cui aveva lo stesso colore. Scoprì allora che si trattava di Ceresio e che abitava lì vicino. Tolta la diffidenza iniziale divennero amici. Ma era un’amicizia difficile, perché lei era carnivora, mentre Ceresio vegetariano. Potevano giocare e chiacchierare, ma quando i piccoli amici di Ceresio si avvicinavano l'istinto predatorio era molto forte, e Medaura lo conteneva a fatica. Era bello aver trovato un amico speciale come Ceresio e al tramonto quando si lasciavano rinnovavano l'appuntamento speciale al giorno dopo. Alcune settimane più tardi mentre Medaura si recava da Ceresio, su di un grosso masso vide un piccolo sauro marrone. Era nato da poco probabilmente si era perso, allontanandosi troppo dalla sua mamma. E soprattutto era in pericolo. Su alto nel cielo un grosso Sauro volante lo aveva preso di mira. Medaura era molto generosa e sapeva bene come è pericoloso stare lontano dalla mamma. Non ci pensò due volte. Corse ad aiutare il piccolo, mostrandogli un anfratto sicuro dove nascondersi, poi uscì di nuovo per sfidare il volatile, che vista la sua mole si guardava bene di scendere. Stava per riprendere il cammino alla volta del suo amico Ceresio dove quando vide da lontano una che cercava disperatamente qualcuno. Era una femmina di Ticinosauro sicuramente la mamma del piccolo. Le andò incontro, spiegandole cosa fosse successo e la condusse da lui. Fu commovente assistere al loro incontro: mamma e figlio si abbracciarono forte e si promisero di non perdersi più di vista. Poi la mamma disse che dovevano tornare a casa. Il piccolo Vito però, non aveva nessuna intenzione di andare via e lasciare Medaura che l’aveva salvata con tanto coraggio. I quel mentre al tri si avvicinò Ceresio fu subito riconosciuto dalla mamma del piccolo Vito, Che tranquillizzata, lasciò il piccolo con loro. La mamma di Vito rientrando nel suo territorio raccontò a tutti come grazie a quella avventura, aveva capito che per essere amici non importa il colore della pelle o la lingua che si parla, ma la generosità dei gesti che si fanno.

martedì 12 febbraio 2019

UN SORSO DI VITA

Purtroppo era un povero fantasma che lottava per essere ricordato. Voleva giocare correre, ma non sapeva cosa si provasse poiché la sua vita da sempre era nel pianto. Strisciava lento scodinzolando a tutti, mentre lo sferragliare del moncone di catena che una bestia umana aveva lasciato attaccata al suo collo, metteva i brividi a tutti. Un innocente condannato dall'ignoranza degli uomini, la sua colpa essere diverso, un meticcio qualuncue. Faceva di tutto per non essere odiato, ma per lui solo soprusi, e violenze, scure immagini di uomini cattivi l'hanno relegato nel suo triste mondo. Bastoni alzati e sguardi freddi al suo passare. Si dava la colpa d'esser nato, esiliato nel suo mondo di solitudine. Poi un giorno ci siamo incontrati. fino allora avevo scordato quanta felicità si prova passeggiando a sei zampre. Da quel giorno un sorso di vita da bere in due.

sabato 5 gennaio 2019

QUEL MARTEDI' SUL PAIONE

Ricordo persino che era un Martedì e c’era poca gente in montagna su quel particolare sentiero, ripido e in alcuni tratti esposto al gelido vento che discende dai laghi Paione, durante la salita non avevamo incontrato anima viva, né alcuno era in vista quando dall’alto avevamo potuto osservare un buon tratto del sentiero che ci portava al rifugio Paione, di ritorno da una gita al dall’alpe San Bernardo. Una volta arrivati al rifugio ci eravamo tolti gli indumenti sudati e ci godevamo il tepore del sole. Renato sonnecchiava, io esploravo i monti circostanti con il binocolo, sperando di avvistare Stambecchi, o Camosci, e forse anche l’Aquila. Dopo aver consumato uno spuntino, una tavoletta di cioccolato, fondente, ci apprestavamo ha rientrare in casa ma la bellezza del posto, e la totale solitudine ci faceva restare lì impalati, ha godere quel tramonto da favola. Quella natura primordiale, assolutamente intatta ci fece tornare a nostra come i nostri avi, due persone che si sentivano libere dai condizionamenti della civiltà. Proprio così, il tempo scorreva veloce, e noi ci attardammo a lungo, come presi da quella natura stupenda. Non c’era nulla che ci disturbasse e ridemmo come pazzi quando ci accorgemmo che per tutto il tempo una famiglia di marmotte ci aveva osservato da poco sotto il rifugio Poi, inevitabilmente, la magia svanì e dovemmo prepararci a scendere dal nostro paradiso per tornare in casa, e prepararci la cena. Mentre preparavo la cena sentimmo il primo tuono lontano, anche il vento era cambiato, ce ne accorgemmo dal senso di freddo che ci aveva improvvisamente attanagliato. La famiglia di marmotte era corsa nella tana, mentre noi potevamo già godere del calduccio della stufa. Da quello che ne so, un temporale in montagna è molto pericoloso, vero Renato? Chiesi io Eh sì! Disse se c’è una cosa che ho sempre temuto è il temporale in montagna. Vedi, quando si cammina per un sentiero allo scoperto, gli oggetti più alti, sono i primi ad attirare un fulmine, ma io disse sono tranquillo, perché ci sei tu che mi fai da parafulmine, alto come sei. Poi visto che serviva ancora legna per il fuoco, uscii dal rifugio per fare scorta di legna. Mentre raccoglievo i pezzi di legno il vento ululava, e in quella imminente tempesta mi sembrava di sentire delle voci cantare, chiamai Renato, ma vuoi l’età vuoi qualche bicchiere di vino che avevamo bevuto per riscaldarci, lui mi disse ridendo che era effetto del vento, o io ero ubriaco. Allora rientrammo nel rifugio, ed io cominciai i preparativi per la cena, una bella pasta con il sugo. Mentre io concentrato accendevo i fornelli, Renato vicino alla stufa al caldo sonnecchiava. Sentimmo bussare alla porta, ci guardammo preoccupati, perche vista l’ora era molto strano ci fosse ancora gente in giro sulla montagna, poi siccome non potevamo restare lì a guardarci come due mummie, andammo ad aprire per vedere chi era a quell’ora, e di cosa avesse bisogno. Indossava una mantellina impermeabile, che risaltava ancora di più con il riflesso del sole che si stava ritirando dietro i monti, coperto dai grandi nuvoloni neri che, arrivando da nord sospinti da una tramontana. Poi il rombo dei tuoni che era già nella valle, e in pochi minuti i fulmini dai bagliori accecanti erano sopra di noi, Il rumore sovrastava lo scroscio di una pioggia gelata che ci colpiva quasi orizzontalmente, sotto il cappuccio una voce femminile ci chiese in italiano molto approssimativo: Scusate Monsieur possiamo fermarci per la notte nella vostra legnaia? Renato guardò la ragazza le fece cenno di entrare, ci accorgemmo che non era sola dietro lei un’altra ragazza, e poi uno alla volta altri otto tra ragazzi e ragazze, Renato disse accomodatevi, e non vi preoccupate per il letto qui è tanto grande che possiamo dormire tutti al caldo, e farci compagnia per la serata, vidi che avevano anche una chitarra, non potei fare a meno di notare la bellezza, della ragazza che aveva chiesto ospitalità pochi minuti prima. Così visto che il cuoco di bordo ero, io fatti quattro conti mi misi all’opera per preparare spaghetti al ragù per tutti, dando fondo alle scorte degli altri soci del rifugio, con Renato che mi guardava con un sorriso beato e mi diceva: fai che poi mi aggiusto io con gli altri. Devo dire qualche parola sul mio amico Renato, una persona dal cuore non grande, ma enorme, tanto che bastava lui vedesse una persona spuntare dalla pineta sottostante il rifugio, che lo vedevi agitarsi per richiamare la sua attenzione, e mi gridava di preparare il caffè per l’ospite che era in arrivo, tanto che gli altri soci del rifugio anche se suoi amici per la pelle, rimanevano stupiti quando certi giorni arrivavano persone convinte fosse un rifugio, bar, ristorante, aperto al pubblico, visto come erano stati benaccolti da Renato, chiaramente il tutto offerto da lui. Pensate che l’anno prima, una mattina alla fine del turno di lavoro mi chiese se lo potevo portare, con la macchina fino all’alpe San Bernardo, poi lui sarebbe rimasto in rifugio tutta la settimana, aspettato il mio prossimo riposo. Così mentre andavo a prenderlo potevo passare un paio di giorni in montagna, il viaggio dal nostro paese, fino a Bognanco era un divertimento unico, arrivati a Domodossola prima sosta dal direttore della Filarmonica locale, per l’offerta come socio sostenitore, poi salita al paese di Bognanco, sosta da un altro amico e anche a lui una offerta per la Pro loco, poi sosta d’obbligo all’albergo Cecilia, di una sua amica nella frazione di Granica, e poi finalmente si partiva per l’alpe S Bernardo, dove lasciavamo il mezzo, e dopo 40 minuti di buon passo arrivavamo al rifugio Paione. Quella volta al mio ritorno mi faceva domande strane, su chi avevo incontrato, nella salita al rifugio la cosa mi sembrava molto strana, ma conoscendo Renato persona normalissima quando era in Paese, ma in montagna si trasformava, e da lui potevi aspettarti ogni tipo di sorpresa, chiaramente non cose strane, ne pericolose, ma molto stravaganti si, e anche un poco incoscienti. Come in quella settimana che rimanendo da solo aveva ospitato degli extracomunitari, per poi accompagnarli il giorno dopo al passo di Monscera per farli scendere in Svizzera, senza nemmeno pensare che queste persone potessero essere clandestini, e per di più dando loro anche l’indirizzo e il numero di telefono, in caso avessero avuto bisogno, se non è incoscienza questa giudicate voi, ma come tutte le cose fatte con ingenuità, tutto finì bene e un giorno gli venne recapitato un pacco con abiti arabi, un bel piatto in argento sbalzato a mano, come ringraziamento per l’aiuto, allora mi spiegai il perchè di tutte quelle domande, aveva paura che lo avessero scoperto gli Svizzeri. O come quella volta che dopo pranzo sparì dal rifugio per tornare dopo qualche ora in compagnia di quello che lui chiamava in cavalier Bertino, un signore che aveva la baita ha pochi minuti dal Paione, tutti e due allegri per avere bevuto la sangrilla di montagna specialità di quest’ultimo, con un canto alpino, e un saluto con la mano, si sono avviati alle brande per dormire fino alle 18 senza che nemmeno il terremoto potesse svegliarli. Un altro giorno visto lui diceva di soffrire d’insonnia andavamo a raccogliere i fiori di una pianticella selvatica che lui chiamava camomilla di montagna, (Anchillea erba -rotta ) che tutto è tranne che un’erba che procura il sonno, ma bensì un digestivo e un tonico per lo stomaco, al pomeriggio dopo pranzo ne bevevamo l’infuso e lui diceva: mi fa dormire come un Ghiro! Quel giorno erano ormai le 17 e lui non si voleva alzare, io lo chiamavo ma lui non rispondeva, salgo per vedere cosa fosse successo , e lui lì che dormiva senza neanche rispondere ai miei richiami, controllai il respiro, era quello di un bambino che dorme felice, cercai di scrollarlo, lui con una smorfia si girava dall’altra parte per continuare il sonno, cominciai a preoccuparmi, poi vidi sul comodino le pastiglie per dormire, doveva prenderne una dopo il pranzo e una dopo cena, con un’altra pastiglia che serviva penso per il cuore, ma quel giorno al posto di prenderne una per tipo ne prese due di sonnifero, così che alle 19, mentre io mi chiedevo cosa fosse meglio fare, tra scendere a valle per chiedere aiuto, o aspettare gli eventi, visto che a prima vista lui sembrava dormisse normalmente, senza problemi, e siccome i telefoni cellulari ancora non li avevano ancora inventati, con la notte imminente decisi di aspettare, dopo pochi minuti ,ed eccolo che apre gli occhi e con uno sguardo curioso mi dice…sa te fet chi? Cosa fai qui, dopo uno sbadiglio e una stiratina, disse hoooo che bella dormita ma è già mattino? Lo guardai, e con il cuore in pace feci finta che nulla fosse successo e scesi per preparare la cena. Ora torniamo alla compagnia che era arrivata quella sera al rifugio, quella fu anche la mia prima volta a contatto con i ragazzi Down, perchè di quella comitiva facevano parte le due ragazze che erano le accompagnatrici, e otto ragazze e ragazzi Dawon che definire speciali è poco, quel giorno è rimasto nei miei ricordi e nel mio cuore tanto che ora ne sto scrivendo la storia: Mentre io e Renato ci chiedevamo interrogandoci con gli occhi su come ci si comportava con queste persone, uno di loro mi si avvicinò e senza nessun problema mi chiese, posso aiutarti?. Ragazzi che botta noi che non sapevamo come comportarci con persone diversamente abili, e loro che insegnavano a me e Renato che loro erano esattamente come noi, anzi molto più abituati al contatto con la gente, di quello che eravamo noi. Con loro, questa fu la prima lezione delle tante che ho avuto stando a contatto con le persone che noi chiamiamo disabili. Tutta la compagnia era salita al piano superiore per cambiarsi e prepararsi per la cena, solo la ragazza che parlava un poco l’Italiano rimase ad aiutarmi, mi spiegava che stavano attraversando Il passo di Monscera perchè di lì a pochi giorni sarebbe stato l’anniversario della prima trasvolata delle Alpi. La ragazza mi racconta che il 23 settembre 1910 il pilota Geo Chavez a bordo del suo aeroplano in occasione del circuito internazionale aereo di Milano, riuscì ad effettuare la trasvolata delle Alpi da Briga a Domodossola battendo il record ottenuto dal treno, in 44 minuti, contro l’ora e sette minuti del treno attraverso il traforo del Sempione. Ma per l’eroe della trasvolata non ci fu il tempo per festeggiare, morì 4 giorni dopo a soli 23 anni per le gravi ferite riportare durante l’atterraggio. Così loro erano partiti a piedi da Briga risalendo le montagne per ripercorrere il percorso della transvolata, poi sarebbero scesi a Domodossola per i festeggiamenti, ormai il più era fatto tempo permettendo il giorno in poche ore potevano arrivare a Bognanco, e il giorno successivo arrivare Domodossola. Una volta finita la cena, vedendo tutti soddisfatti e sazi anche io incominciavo a rilassarmi e senza rendermi conto riuscivo a parlare con tutti loro in una lingua che senza saperlo avevamo inventato al momento, praticamente una via di mezzo fra Italiano, Spagnolo, e Francese. Anche il temporale era finito ora il cielo si era riempito di stelle, io e le ragazze uscimmo per fumare una sigaretta, mentre Renato all’interno del rifugio si divertiva a giocare a tombola con i ragazzi, quando una delle due accompagnatrici finita la sigaretta rientrò, io chiesi alla compagna come mai aveva deciso di fare questo lavoro, che più che un lavoro a me sembrava una missione. La ragazza mi guardò, e si perse in un pianto, uno di quei pianti che ti lasciano il segno dentro, si copri il viso per cercare di nascondere le lacrime nel caso fosse uscito uno dei suoi ragazzi. Poi si fece coraggio asciugò le lacrime e iniziò a parlarmi di sé. Quel lavoro per lei significava un cammino di speranza. Era uscita da una comunità dopo un percorso per cercare di uscire dalla droga aveva scelto di farla finita con quella vita, ma soprattutto quei ragazzi le servivano per restare lontana dalla droga, e non frequentare più le persone sbagliate. Mi raccontò dei furti, delle macchine rubate, del suo prostituirsi per pochi grammi di droga, delle notti passate all’aperto senza coscienza, e con gli occhi socchiusi inebriati dall’alcool e dalla droga, ne parlava pentita, chiedeva perdono ma non sapeva a chi chiederlo se non a Dio. Poi dopo anni vissuti tra carcere e vita sbandata, anni gettati al vento senza un senso senza aver avuto la possibilità di reagire. La possibilità di rendesi utile e fare qualche cosa di veramente giusto, Io notavo che i suoi occhi si esprimevano meglio delle sue parole, aveva capito che la sua vita poteva cambiare in meglio dando aiuto a questi ragazzi, ma soprattutto ricevendo amore e forza per continuare e finalmente uscire da quel mostruoso tunnel . Ormai si era fatto notte, così rientrammo che ormai tutti erano a dormire, dopo esserci salutati lei salì dai suoi ragazzi per la notte mentre io terminavo di sistemare la sala dove avevamo mangiato alla fine stanco morto mi sono addormentato come un Ghiro fino al mattino, quando la voce di Renato mi chiamava perchè era ora di andare a fare una camminata, poi dovevamo andare dal cavaliere che ci aspettava per pranzo, con degli amici guardie forestali. Notai subito che i ragazzi Down con le accompagnatrici erano partiti, chiesi a Renato come mai non mi aveva chiamato per salutarli, lui mi disse che la ragazza che alla sera prima era rimasta a parlare con me non aveva voluto, gli aveva chiesto di lasciarmi dormire perchè alla sera prima le ero sembrato molto stanco, da quel giorno fino ad oggi non ho più saputo niente di loro, ma sono certo che la ragazza, è uscita dalla droga, perchè con l’aiuto di quei ragazzi non poteva non farcela. Cosi dopo una grande mangiata dall’amico Bertino, al pomeriggio siamo scesi a valle e abbiamo fatto rientro a casa. Quella è stata l’ultima volta che sono salito al Paione, varie vicissitudini di vita mi hanno portato da un’altra parte, ma ancora oggi ha distanza di trent’anni ricordo ancora con grande piacere tutte le volte che sono andato su quella montagna e al rifugio Paione, ringrazio anche l’amico Renato e tutti i soci del rifugio, perche senza di loro non avrei conosciuto un posto così bello, e così carico di questi bei ricordi, che oggi ho scritto per onorare questa grande amicizia.

giovedì 3 gennaio 2019

Per un attimo solo per un attimo chiudi gli occhi e lasciati andare all'essenza della felicita', sorridi a quella dolce essenza che vive in te ed intorno a te , respirala e tua, solo tua. Godi il suo profumo anche se per un solo attimo!

mercoledì 15 novembre 2017

Nuova intifada

Spazi ristretti di ragione e di pace che si affacciano su vasti mari d’odio dove la vita affoga.

lunedì 13 novembre 2017

La Fatina del Toce

Nell'alta provincia Verbano Cusio Ossola. Così potrebbe iniziare la mia favola, c’erano una volta meravigliosi boschi e foreste incantate, laghetti alpini, ruscelli limpidi, e non ultimi tanti abitanti della flora e fauna Alpina. Anzi, io dico se li sai cercare, se hai voglia di scarpinare ci sono ancora. In questi luoghi magici, e tutti da scoprire vivono nella più affascinante natura, si nascondono, giocano, fanno dispetti, piccoli esseri misteriosi ai quali sono legate credenze e storie fantasiose. Questi magici esseri sono i “folletti” non amano farsi vedere, sono timidi e introversi, per farteli amici devi usare poche ma precise regole. bontà, amore, sincerità. Se ti avvicini a loro osservando queste tre regole, loro ti appariranno, aprendoti il loro cuore. Altrimenti svaniranno in una nuvola di fumo, e tu in nessun modo potrai più vederli, perchè non hanno ombra se visti alla luce del sole, non lasciano orme sulla terra per indicare la loro presenza. Ce ne sono di bizzarri, benevoli, dispettosi, ma mai cattivi, si comportano a seconda dei sentimenti che noi nutriamo nei loro confronti. D'aspetto generalmente buffo. Sono di piccolissima statura, agilissimi ed irrequieti, vestiti con abiti che cambiano secondo stagione, per mimettizzarsi con la natura che li circonda, hanno un copricapo a sonagli, spesso formato da un fiore di Ipomoea, per i più nobili uno di Artemisia Glacialis. Calzano scarpette di cristallo che nonostante l'abitat pieno di ostacoli non si rompono mai. Abitano nelle corolle dei fiori, oppure sotto gli ombrelli rossi picchiettati di bianco delle Amanita Muscaria, tra le rocce ricoperte da muschio verde, nelle rugosità della corteccia degli alberi. Se sai ascoltare le foglie degli alberi, ti parleranno di antichi segreti e credenze popolari, ogni genere di fiaba o verità su gnomi, e folletti. Gomi e Folletti a volte vivono nell’aria, altri amano la danza e la musica. Ma ricorda, i “folletti” sopratutto non amano farsi vedere. Nei loro rapporti con noi possono essere benevoli alcune volte servizievoli se ben trattati, mentre si vendicano, con modi spesso comici, di chi li offende per le loro stranezze. Molte persone li scambiano per fuochi Sacri. Si dice che quando i contadini su nei paesi della Val Formazza si scordano di lasciare qualche cosa da mangiare per il folletto deputato alla salvaguardia delle mucche al pascolo, questi si diverta intrecciando le code degli animali in modo così stretto che il nodo non si poteva più sciogliere, solamente tagliare! Con i folletti, si intrecciano gli “elfi” Oramai con la globalizzazione anche loro si sono internazionalizzati espatriando dal nord al sud Europa. Il loro antico nome nordico è Alfr nome dei geni della mitologia nordica, simbolo delle forze dell’aria, del fuoco, della terra e dei fenomeni atmosferici in generale. Sono spiritelli capricciosi, talvolta benevoli, talvolta malevoli, ma attenzione perche sono dotati di una terribile potenza. Gli elfi maschi sono spesso deformi come gli gnomi. Le loro compagne, al contrario, sono signorine molto graziose. In origine pare che gli elfi furono stati concepiti come anime di defunti. Ma vengono indicati anche come potenze che favorivano la fecondità. Di qui la distinzione, nella mitologia nordica, fra Dokkalfar, “elfi delle tenebre”, e Liosalfar, “elfi della luce”. E poi, ci sono simpatici abitanti dei boschi gli “gnomi” così teneri e piccoli, piccoli. Amici nonni e nipoti, sappiate che gli “gnomi” cercano di stare nascosti dalla vista degli uomini, ma non per paura: uno gnomo anche se minuscolo, è sette volte più forte di un uomo. Quando sono adulti, i maschi hanno una lunga barba bianca e le femmine portano due belle trecce bionde, che però spariscono sotto un fazzoletto dopo che si sono sposate. Il loro abbigliamento preferito: una giacchetta legata con una cintura, pantaloni pesanti, stivaletti invernali, oltre all’immancabile cappello rosso a punta! Le donne invece portano dei bei vestiti ricamati e un cappello verde, sempre a punta. Da non dimenticare, le amate “fate” esseri soprannaturali che si mescolano agli uomini presenziando alla loro nascita, per conferire loro doti più o meno favorevoli ed influenzandone l’esistenza con influssi benevoli o malevoli. Un famoso scrittore di cui ora scordo il nome scriveva, in un trattato sulle Fate. Non crediate che le fate siano sempre piccole. In loro tutto è capriccio, perfino le dimensioni. A quanto pare assumono qualsiasi forma o dimensione piaccia loro. La loro occupazione principale consiste nel banchettare, suonare musiche bellissime. Ma torniamo a noi, secondo la maggior parte degli storici delle tradizioni popolari, le fate esistono fin dall’antichità e potrebbero essere gli ultimi residui degli antichi abitatori dell’ Irlanda, i Thuatha De Danan. Il regno delle fate ha una propria gerarchia di re, regine e capi, che si radunano in posti speciali chiamati raths. Le fate sono amiche degli esseri umani se vengono rispettate e non sono disturbate. Se si arrabbiano, hanno il potere di stregare o di lanciare frecce di fuoco che paralizzano uomini e animali. Mi sono dilungato un po troppo per spiegare ciò che ogni essere umano amante della natura sa già, anche se a volte non si accorge di sapere, perche al giorno d'oggi tanti dicono di amare la natura, ma pochi la rispettano. Un mio giovane amico di nome Marcello può raccontare molto sulle creature dei boschi, particolarmente di quelli delle valli Ossolane che da Gravellona Toce, si aprono verso il passo del Sempione, il monte Rosa, le cento valli che finiscono nel Locarnese, e su per la Val Formazza fino al Passo San Giacomo. Marcello nelle sue escursioni di Elfi, Gnomi, e Fate ne ha visti molti, tanto che ha dovuto imparare un dialetto Scandinavo molto antico per comunicare con alcuni di loro, che faticavano ad apprendere la nostra lingua. Ora però lascio spazio alla fantasia per raccontarvi. La fiaba di Marcello e la fatina del Toce Alla sorgente il Toce scende allegro saltellante e fiero delle sue acque cristalline. Scivola felice giù dal Passo San Giacomo, ingrandendosi poco a poco, con le acque dei ruscelli che escono dai laghetti del Toggia e del Castel, per poi tuffarsi a valle dalla cascata omonima, attraversando la val Formazza tra verdi pinete, e grandi boschi di secolari Faggi, Questa favola si svolge nel primo tratto del fiume, al suo ingresso nelle zone umide pianeggianti rallenta la sua corsa, dove Tritoni e Rane, si divertivano nel vedere l'abbeverata di uomini e mandrie come attraverso una grande liquida lente. Al centro di una valle che in primavera ed estate si ricopre di ranuncoli e rododendri selvatici c'è il paesino di Riale, dove i bambini giocano sulle rive del fiume, facendo il bagno anche se l'acqua è un po freddina, ma da giovani si sà, il freddo e il caldo poco si sentono quando si è assorti nei giochi, le bambine raccoglievano sassolini che le acque avevano resi lucidi come cristalli per creare piccole collane, e le donne si raccoglievano in chiacchiere mentre lavavano i panni al fontanile, gridando di tanto in tanto ai loro figli, di non farsi male, Nei pomeriggi di festa anche qualche copietta di innamorati sedeva sui massi e tenendosi per mano, giurava eterno amore. Anche il Toce, come ogni bravo fiume aveva la sua fata, che aveva il compito di sorvegliare tutto quello che accadeva sulle sponde, in modo particolare i bambini perché non si facessero male, nei limiti del possibile cercava di realizzare i sogni degli innamorati, e anche quelli delle ragazze che raccoglievano i sassolini, accarezzava i capelli di coloro che piangevano sulla riva del torrente mentre le lacrime correvano a valle assieme alle acque del fiume. La fatina aveva un amico con cui faceva lunghe passeggiate, un capriolo nato da poco che aveva chiamato Bamby, perché anche le fate vanno talvolta al cinema. Era sempre stata felice, ma ad un certo momento cominciò a sentirsi strana, il sole non le pareva più così luminoso mentre guardava i bambini e le mamme , anche i fiori non le sembravano più così belli, osservava gli innamorati, ma non gli ricuciva di capire cosa le stesse accadendo. Un mattino vide arrivare un giovane che sedutosi sulla riva, prese dallo zaino pane e formaggio Bettelmat, dell’acqua e dopo avere mangiato ripulì bene il posto, si stese con al testa sullo zaino per dormire al sole. La fata si avvicinò con cautela, non lo aveva mai visto lì; aveva gli occhi scuri i capelli neri, le mani ben curate, la corporatura robusta di chi fa tanto sport. Nel frattempo lui apri gli occhi e la vide. Ciao ! esclamò, ma non hai freddo vestita così, almeno un golfino di lana potevi metterlo, non è ancora estate, mentre le parlava sorrideva. La fata chinò lo sguardo sul suo abito di velo lucente e arrossì, non era sua abitudine farsi vedere. Sono uscita in fretta di casa, rispose. Sei un villeggiante? Chiese No! mi chiamo Marcello vengo qui per cercare la pace che in città non c'è più. Cosi quando sono libero mi piace andare per i monti e fare lunghe passeggiate, osservare e fotografare la natura. Da quel giorno, ogni volta che Marcello saliva verso il passo, la cercava perchè con quella ragazza si trovava a suo agio, tanto che passavano giornate intere, ha raccontarsi di loro. Marcello si stupiva che lei non avesse mai fame e rifiutasse le merende, la Fata temendo di essere fuori moda si era procurata un golfino fatto con fili d’erba e dei jeans su cui aveva applicato dei colorati fiori di campo. Era felice ma si sentiva inquieta e ansiosa. Una sera si sdraiò sul suo materasso di erba , tirò fin sotto al mento la coperta di muschio e si accinse a leggere un vecchio libro alla luce che le offrivano gentilmente tre lucciole, quando sulla pagina si proiettò un’ombra e vide lei, la fata sovrintendente. Fata madrina è tanto che non venivi? Disse. Vero bambina, ma ho avuto tanto da fare al consiglio delle fate, lassù. E fece un gesto vago ad indicare un ipotetico luogo. Ma ora sono dovuta venire, lassù sono tutti in agitazione, cosa stai combinando ragazza mia? non puoi vestirti come una umana, chiacchierare con un umano, e passare tutto il tempo con lui, ti sei scordata chi sei? Madrina non so cosa mi accade, ma io sono felice solo quando sto con Marcello, parliamo, mi racconta dei suoi progetti.Ho capito che io non avrò mai una casa, dei bambini, una famiglia. La tua famiglia è tutto quello che ti circonda, le persone che vengono qui e affidano al bosco le loro gioie, i sogni e i dolori, non ti possono vedere ma sanno che ci sei, questa è la tua famiglia. Se andrai con lui non potrai più essere una fata, i tuoi capelli diventeranno bianchi, perderai le persone care, morirai. Bamby invecchierà e non potrà più giocare con te .” Ma!, Esclamò la Fatina, ma! io non posso stare senza di lui, aiutami madrina. La Madrina era addolorata, ma quello che leggeva negli occhi della ragazza la colpì. Sospirò, fece una lunga pausa, poi parlò. Va bene porterò il tuo caso al Consiglio delle Fate, ma ad un patto per una settimana vivrai come vivono gli umani, poi ci rivedremo, se sarai ancora convinta che è quello che vuoi, e avrai detto a lui chi sei, e lui ti avrà accettata. al mio ritorno decideremo. La Fata il giorno dopo si alzò e per la prima volta sentì il freddo e la fame, non aveva danaro né abiti pesanti, sentiva freddo ma era felice. Corse nel bosco, trovò una capanna, fece una scopa con i rami e cominciò a pulire, poi tutta sudata si infilò il golfino di fili di erba, i jeans con i fiori che nel frattempo erano avvizziti e corse in paese a vendere del miele che aveva raccolto, e con il ricavato comprò altre cose . Alla sera si accorse che non aveva pensato di raccogliere legna per il fuoco ma si addormentò ugualmente felice. Il giorno dopo andò al torrente; le mamme che sedevano nel prato la guardarono diffidenti, parlottavano fra loro dicendo. Non so che abbia questo posto, mi piaceva tanto diceva una, ora mi pare freddo, l’erba sembra è secca, che sia l’inquinamento? Non so ma anche il fiume è diventato così chiassoso, prima mi addormentavo qui e il rumore non mi infastidiva ora fa un tale fracasso! Forse è il buco dell’ozono. Nel pomeriggio arrivò Marcello, debbo parlarti le disse, questi giorni con te sono stati bellissimi, sono felice di averti conosciuta ma vorrei potessimo stare sempre assieme, io guadagno bene ora e posso permettermi una bella casetta e una famiglia, vorresti sposarmi? La fata fu presa dal panico non sapeva se lui avrebbe accatta la sua natura o si sarebbe spaventato, ma era anche tanto felice e così, sebbene in preda di ansia gli parlò. Gli disse che anche lei avrebbe voluto stare con lui, ma che era una fata e solo se glielo avessero permesso sarebbe stato possibile . Marcello sorrise: lo sapevo, l'ho sempre saputo, non potevi essere che una fata. Ma io ti voglio bene e non posso pensare che debba rinunciare alla tua vita per poi pentirtene. La fata gli corse incontro lo abbracciò e gli promise che di li a pochi giorni si sarebbero ritrovati. Quella sera due innamorati che erano andati a sedersi su di un masso si misero a litigare e si separarono, più tardi la Fata vide una anziana donna che coprendosi il viso con le mani singhiozzava disperata, si avvicinò e le mise una mano sulla spalla, ma la donna continuò a piangere, che ti è successo chiese? Ho perso mio figlio, non è giusto che un figlio muoia prima della madre, non è giusto! La fata cercò di consolarla ma capì che le sue parole non raggiungevano il cuore della donna. Disperata si allontanò. Il giorno successivo incontrò Bamby che beveva al torrente tutta felice lo chiamò, ma il capriolo drizzate le orecchie, con un fremito di paura fuggì. La gente del paese era perplessa e spaventata, non voleva più andare al torrente dove non trovava la pace e la serenità cui era abituata. Vedendo tutto questo dolore la Fata si addolorò e una sera, nella sua capanna dove oramai aveva imparato ad accendere il fuoco, per cucinare. Chiamò la fata supervisore, e chiese. Madrina per favore, vieni, Madrina! Eccomi, rispose la fata Madrina, ma è mai possibile ragazza che tu sia sempre così agitata! che succede? La gente non vuole più andare al torrente sono scontenti e infelici, Bamby non mi riconosce più. La Madrina si sedette sul letto e le prese la mano dicendo. Bimba mia non si può avere tutto, se diventi umana, il torrente resta senza fata, A questo possiamo rimediare, ma ci vorrà tempo prima che un'altra Fata impari a conosce il lungo e faccia esperienza. Madrina, forse sono stata egoista e ho anteposto la mia felicità a quella degli altri che è più importante disse la ragazza piangendo. Non lo è più importante piccola mia, puoi anche decidere di lasciare il torrente, ma sei tu che devi sapere leggere dentro di te cosa senti, cos'è più importante, solo tu puoi darti la risposta, conoscere la tua vera natura per essere in pace con te stessa. E la Fata decise. Il giorno successivo un pescatore che da tre giorni stava tutto arrabbiato sulla riva del torrente percepì un buon profumo di erba, soddisfatto ributtò nel fiume la trota che aveva pescato tornò in paese, la voce si sparse e la gente ricominciò ad andare al fiune, proponendosi di tenere il posto ben ordinato e non inquinato affinché non accadesse di nuovo quello eh era da poco successo. La sera della domenica Marcello era seduto su un masso, era triste ma quando vide la Fata le sorrise, si presero per mano e.. ho capito sai, hai deciso di restare, io so che ho avuto il grande dono di conoscerti sono un poco triste ma so che qui ci sarai sempre come sarai sempre nel mio cuore. La fata piangeva lacrime di rugiada, ma il suo sorriso era sereno. Accarrezò Marcello e corse via saltando sui massi del torrente con Bamby che ora la riconosceva.