mercoledì 15 novembre 2017

Nuova intifada

Spazi ristretti di ragione e di pace che si affacciano su vasti mari d’odio dove la vita affoga.

lunedì 13 novembre 2017

La Fatina del Toce

Nell'alta provincia Verbano Cusio Ossola. Così potrebbe iniziare la mia favola, c’erano una volta meravigliosi boschi e foreste incantate, laghetti alpini, ruscelli limpidi, e non ultimi tanti abitanti della flora e fauna Alpina. Anzi, io dico se li sai cercare, se hai voglia di scarpinare ci sono ancora. In questi luoghi magici, e tutti da scoprire vivono nella più affascinante natura, si nascondono, giocano, fanno dispetti, piccoli esseri misteriosi ai quali sono legate credenze e storie fantasiose. Questi magici esseri sono i “folletti” non amano farsi vedere, sono timidi e introversi, per farteli amici devi usare poche ma precise regole. bontà, amore, sincerità. Se ti avvicini a loro osservando queste tre regole, loro ti appariranno, aprendoti il loro cuore. Altrimenti svaniranno in una nuvola di fumo, e tu in nessun modo potrai più vederli, perchè non hanno ombra se visti alla luce del sole, non lasciano orme sulla terra per indicare la loro presenza. Ce ne sono di bizzarri, benevoli, dispettosi, ma mai cattivi, si comportano a seconda dei sentimenti che noi nutriamo nei loro confronti. D'aspetto generalmente buffo. Sono di piccolissima statura, agilissimi ed irrequieti, vestiti con abiti che cambiano secondo stagione, per mimettizzarsi con la natura che li circonda, hanno un copricapo a sonagli, spesso formato da un fiore di Ipomoea, per i più nobili uno di Artemisia Glacialis. Calzano scarpette di cristallo che nonostante l'abitat pieno di ostacoli non si rompono mai. Abitano nelle corolle dei fiori, oppure sotto gli ombrelli rossi picchiettati di bianco delle Amanita Muscaria, tra le rocce ricoperte da muschio verde, nelle rugosità della corteccia degli alberi. Se sai ascoltare le foglie degli alberi, ti parleranno di antichi segreti e credenze popolari, ogni genere di fiaba o verità su gnomi, e folletti. Gomi e Folletti a volte vivono nell’aria, altri amano la danza e la musica. Ma ricorda, i “folletti” sopratutto non amano farsi vedere. Nei loro rapporti con noi possono essere benevoli alcune volte servizievoli se ben trattati, mentre si vendicano, con modi spesso comici, di chi li offende per le loro stranezze. Molte persone li scambiano per fuochi Sacri. Si dice che quando i contadini su nei paesi della Val Formazza si scordano di lasciare qualche cosa da mangiare per il folletto deputato alla salvaguardia delle mucche al pascolo, questi si diverta intrecciando le code degli animali in modo così stretto che il nodo non si poteva più sciogliere, solamente tagliare! Con i folletti, si intrecciano gli “elfi” Oramai con la globalizzazione anche loro si sono internazionalizzati espatriando dal nord al sud Europa. Il loro antico nome nordico è Alfr nome dei geni della mitologia nordica, simbolo delle forze dell’aria, del fuoco, della terra e dei fenomeni atmosferici in generale. Sono spiritelli capricciosi, talvolta benevoli, talvolta malevoli, ma attenzione perche sono dotati di una terribile potenza. Gli elfi maschi sono spesso deformi come gli gnomi. Le loro compagne, al contrario, sono signorine molto graziose. In origine pare che gli elfi furono stati concepiti come anime di defunti. Ma vengono indicati anche come potenze che favorivano la fecondità. Di qui la distinzione, nella mitologia nordica, fra Dokkalfar, “elfi delle tenebre”, e Liosalfar, “elfi della luce”. E poi, ci sono simpatici abitanti dei boschi gli “gnomi” così teneri e piccoli, piccoli. Amici nonni e nipoti, sappiate che gli “gnomi” cercano di stare nascosti dalla vista degli uomini, ma non per paura: uno gnomo anche se minuscolo, è sette volte più forte di un uomo. Quando sono adulti, i maschi hanno una lunga barba bianca e le femmine portano due belle trecce bionde, che però spariscono sotto un fazzoletto dopo che si sono sposate. Il loro abbigliamento preferito: una giacchetta legata con una cintura, pantaloni pesanti, stivaletti invernali, oltre all’immancabile cappello rosso a punta! Le donne invece portano dei bei vestiti ricamati e un cappello verde, sempre a punta. Da non dimenticare, le amate “fate” esseri soprannaturali che si mescolano agli uomini presenziando alla loro nascita, per conferire loro doti più o meno favorevoli ed influenzandone l’esistenza con influssi benevoli o malevoli. Un famoso scrittore di cui ora scordo il nome scriveva, in un trattato sulle Fate. Non crediate che le fate siano sempre piccole. In loro tutto è capriccio, perfino le dimensioni. A quanto pare assumono qualsiasi forma o dimensione piaccia loro. La loro occupazione principale consiste nel banchettare, suonare musiche bellissime. Ma torniamo a noi, secondo la maggior parte degli storici delle tradizioni popolari, le fate esistono fin dall’antichità e potrebbero essere gli ultimi residui degli antichi abitatori dell’ Irlanda, i Thuatha De Danan. Il regno delle fate ha una propria gerarchia di re, regine e capi, che si radunano in posti speciali chiamati raths. Le fate sono amiche degli esseri umani se vengono rispettate e non sono disturbate. Se si arrabbiano, hanno il potere di stregare o di lanciare frecce di fuoco che paralizzano uomini e animali. Mi sono dilungato un po troppo per spiegare ciò che ogni essere umano amante della natura sa già, anche se a volte non si accorge di sapere, perche al giorno d'oggi tanti dicono di amare la natura, ma pochi la rispettano. Un mio giovane amico di nome Marcello può raccontare molto sulle creature dei boschi, particolarmente di quelli delle valli Ossolane che da Gravellona Toce, si aprono verso il passo del Sempione, il monte Rosa, le cento valli che finiscono nel Locarnese, e su per la Val Formazza fino al Passo San Giacomo. Marcello nelle sue escursioni di Elfi, Gnomi, e Fate ne ha visti molti, tanto che ha dovuto imparare un dialetto Scandinavo molto antico per comunicare con alcuni di loro, che faticavano ad apprendere la nostra lingua. Ora però lascio spazio alla fantasia per raccontarvi. La fiaba di Marcello e la fatina del Toce Alla sorgente il Toce scende allegro saltellante e fiero delle sue acque cristalline. Scivola felice giù dal Passo San Giacomo, ingrandendosi poco a poco, con le acque dei ruscelli che escono dai laghetti del Toggia e del Castel, per poi tuffarsi a valle dalla cascata omonima, attraversando la val Formazza tra verdi pinete, e grandi boschi di secolari Faggi, Questa favola si svolge nel primo tratto del fiume, al suo ingresso nelle zone umide pianeggianti rallenta la sua corsa, dove Tritoni e Rane, si divertivano nel vedere l'abbeverata di uomini e mandrie come attraverso una grande liquida lente. Al centro di una valle che in primavera ed estate si ricopre di ranuncoli e rododendri selvatici c'è il paesino di Riale, dove i bambini giocano sulle rive del fiume, facendo il bagno anche se l'acqua è un po freddina, ma da giovani si sà, il freddo e il caldo poco si sentono quando si è assorti nei giochi, le bambine raccoglievano sassolini che le acque avevano resi lucidi come cristalli per creare piccole collane, e le donne si raccoglievano in chiacchiere mentre lavavano i panni al fontanile, gridando di tanto in tanto ai loro figli, di non farsi male, Nei pomeriggi di festa anche qualche copietta di innamorati sedeva sui massi e tenendosi per mano, giurava eterno amore. Anche il Toce, come ogni bravo fiume aveva la sua fata, che aveva il compito di sorvegliare tutto quello che accadeva sulle sponde, in modo particolare i bambini perché non si facessero male, nei limiti del possibile cercava di realizzare i sogni degli innamorati, e anche quelli delle ragazze che raccoglievano i sassolini, accarezzava i capelli di coloro che piangevano sulla riva del torrente mentre le lacrime correvano a valle assieme alle acque del fiume. La fatina aveva un amico con cui faceva lunghe passeggiate, un capriolo nato da poco che aveva chiamato Bamby, perché anche le fate vanno talvolta al cinema. Era sempre stata felice, ma ad un certo momento cominciò a sentirsi strana, il sole non le pareva più così luminoso mentre guardava i bambini e le mamme , anche i fiori non le sembravano più così belli, osservava gli innamorati, ma non gli ricuciva di capire cosa le stesse accadendo. Un mattino vide arrivare un giovane che sedutosi sulla riva, prese dallo zaino pane e formaggio Bettelmat, dell’acqua e dopo avere mangiato ripulì bene il posto, si stese con al testa sullo zaino per dormire al sole. La fata si avvicinò con cautela, non lo aveva mai visto lì; aveva gli occhi scuri i capelli neri, le mani ben curate, la corporatura robusta di chi fa tanto sport. Nel frattempo lui apri gli occhi e la vide. Ciao ! esclamò, ma non hai freddo vestita così, almeno un golfino di lana potevi metterlo, non è ancora estate, mentre le parlava sorrideva. La fata chinò lo sguardo sul suo abito di velo lucente e arrossì, non era sua abitudine farsi vedere. Sono uscita in fretta di casa, rispose. Sei un villeggiante? Chiese No! mi chiamo Marcello vengo qui per cercare la pace che in città non c'è più. Cosi quando sono libero mi piace andare per i monti e fare lunghe passeggiate, osservare e fotografare la natura. Da quel giorno, ogni volta che Marcello saliva verso il passo, la cercava perchè con quella ragazza si trovava a suo agio, tanto che passavano giornate intere, ha raccontarsi di loro. Marcello si stupiva che lei non avesse mai fame e rifiutasse le merende, la Fata temendo di essere fuori moda si era procurata un golfino fatto con fili d’erba e dei jeans su cui aveva applicato dei colorati fiori di campo. Era felice ma si sentiva inquieta e ansiosa. Una sera si sdraiò sul suo materasso di erba , tirò fin sotto al mento la coperta di muschio e si accinse a leggere un vecchio libro alla luce che le offrivano gentilmente tre lucciole, quando sulla pagina si proiettò un’ombra e vide lei, la fata sovrintendente. Fata madrina è tanto che non venivi? Disse. Vero bambina, ma ho avuto tanto da fare al consiglio delle fate, lassù. E fece un gesto vago ad indicare un ipotetico luogo. Ma ora sono dovuta venire, lassù sono tutti in agitazione, cosa stai combinando ragazza mia? non puoi vestirti come una umana, chiacchierare con un umano, e passare tutto il tempo con lui, ti sei scordata chi sei? Madrina non so cosa mi accade, ma io sono felice solo quando sto con Marcello, parliamo, mi racconta dei suoi progetti.Ho capito che io non avrò mai una casa, dei bambini, una famiglia. La tua famiglia è tutto quello che ti circonda, le persone che vengono qui e affidano al bosco le loro gioie, i sogni e i dolori, non ti possono vedere ma sanno che ci sei, questa è la tua famiglia. Se andrai con lui non potrai più essere una fata, i tuoi capelli diventeranno bianchi, perderai le persone care, morirai. Bamby invecchierà e non potrà più giocare con te .” Ma!, Esclamò la Fatina, ma! io non posso stare senza di lui, aiutami madrina. La Madrina era addolorata, ma quello che leggeva negli occhi della ragazza la colpì. Sospirò, fece una lunga pausa, poi parlò. Va bene porterò il tuo caso al Consiglio delle Fate, ma ad un patto per una settimana vivrai come vivono gli umani, poi ci rivedremo, se sarai ancora convinta che è quello che vuoi, e avrai detto a lui chi sei, e lui ti avrà accettata. al mio ritorno decideremo. La Fata il giorno dopo si alzò e per la prima volta sentì il freddo e la fame, non aveva danaro né abiti pesanti, sentiva freddo ma era felice. Corse nel bosco, trovò una capanna, fece una scopa con i rami e cominciò a pulire, poi tutta sudata si infilò il golfino di fili di erba, i jeans con i fiori che nel frattempo erano avvizziti e corse in paese a vendere del miele che aveva raccolto, e con il ricavato comprò altre cose . Alla sera si accorse che non aveva pensato di raccogliere legna per il fuoco ma si addormentò ugualmente felice. Il giorno dopo andò al torrente; le mamme che sedevano nel prato la guardarono diffidenti, parlottavano fra loro dicendo. Non so che abbia questo posto, mi piaceva tanto diceva una, ora mi pare freddo, l’erba sembra è secca, che sia l’inquinamento? Non so ma anche il fiume è diventato così chiassoso, prima mi addormentavo qui e il rumore non mi infastidiva ora fa un tale fracasso! Forse è il buco dell’ozono. Nel pomeriggio arrivò Marcello, debbo parlarti le disse, questi giorni con te sono stati bellissimi, sono felice di averti conosciuta ma vorrei potessimo stare sempre assieme, io guadagno bene ora e posso permettermi una bella casetta e una famiglia, vorresti sposarmi? La fata fu presa dal panico non sapeva se lui avrebbe accatta la sua natura o si sarebbe spaventato, ma era anche tanto felice e così, sebbene in preda di ansia gli parlò. Gli disse che anche lei avrebbe voluto stare con lui, ma che era una fata e solo se glielo avessero permesso sarebbe stato possibile . Marcello sorrise: lo sapevo, l'ho sempre saputo, non potevi essere che una fata. Ma io ti voglio bene e non posso pensare che debba rinunciare alla tua vita per poi pentirtene. La fata gli corse incontro lo abbracciò e gli promise che di li a pochi giorni si sarebbero ritrovati. Quella sera due innamorati che erano andati a sedersi su di un masso si misero a litigare e si separarono, più tardi la Fata vide una anziana donna che coprendosi il viso con le mani singhiozzava disperata, si avvicinò e le mise una mano sulla spalla, ma la donna continuò a piangere, che ti è successo chiese? Ho perso mio figlio, non è giusto che un figlio muoia prima della madre, non è giusto! La fata cercò di consolarla ma capì che le sue parole non raggiungevano il cuore della donna. Disperata si allontanò. Il giorno successivo incontrò Bamby che beveva al torrente tutta felice lo chiamò, ma il capriolo drizzate le orecchie, con un fremito di paura fuggì. La gente del paese era perplessa e spaventata, non voleva più andare al torrente dove non trovava la pace e la serenità cui era abituata. Vedendo tutto questo dolore la Fata si addolorò e una sera, nella sua capanna dove oramai aveva imparato ad accendere il fuoco, per cucinare. Chiamò la fata supervisore, e chiese. Madrina per favore, vieni, Madrina! Eccomi, rispose la fata Madrina, ma è mai possibile ragazza che tu sia sempre così agitata! che succede? La gente non vuole più andare al torrente sono scontenti e infelici, Bamby non mi riconosce più. La Madrina si sedette sul letto e le prese la mano dicendo. Bimba mia non si può avere tutto, se diventi umana, il torrente resta senza fata, A questo possiamo rimediare, ma ci vorrà tempo prima che un'altra Fata impari a conosce il lungo e faccia esperienza. Madrina, forse sono stata egoista e ho anteposto la mia felicità a quella degli altri che è più importante disse la ragazza piangendo. Non lo è più importante piccola mia, puoi anche decidere di lasciare il torrente, ma sei tu che devi sapere leggere dentro di te cosa senti, cos'è più importante, solo tu puoi darti la risposta, conoscere la tua vera natura per essere in pace con te stessa. E la Fata decise. Il giorno successivo un pescatore che da tre giorni stava tutto arrabbiato sulla riva del torrente percepì un buon profumo di erba, soddisfatto ributtò nel fiume la trota che aveva pescato tornò in paese, la voce si sparse e la gente ricominciò ad andare al fiune, proponendosi di tenere il posto ben ordinato e non inquinato affinché non accadesse di nuovo quello eh era da poco successo. La sera della domenica Marcello era seduto su un masso, era triste ma quando vide la Fata le sorrise, si presero per mano e.. ho capito sai, hai deciso di restare, io so che ho avuto il grande dono di conoscerti sono un poco triste ma so che qui ci sarai sempre come sarai sempre nel mio cuore. La fata piangeva lacrime di rugiada, ma il suo sorriso era sereno. Accarrezò Marcello e corse via saltando sui massi del torrente con Bamby che ora la riconosceva.

sabato 11 novembre 2017

IL FIUME OLONA E IL PRAA MAR.

Questa è la storia del fiume Olona e dei suoi abitanti, Bea la Trota iridea, e Dario la trota Fario. Altri partecipanti al racconto sono: Adone lo Scazzone, Leda la Lampreda, Ludmilla l’Anguilla, Ottone il Vairone, Mifune il Gambero di fiume. Mi raccontava mia mamma Carlotta che quando lei era giovane, negli anni precedenti la prima guerra mondiale,nel fiume Olona vivevano molte specie di pesci, tra queste anche i protagonisti di questa storia che si svolge nel tratto di fiume che va dal ponte in ferro della vecchia ferrovia Valmorea sotto l'abitato del paese di Malnate, zona Folla, alla confluenza tra il fiume Lanza che scende dalla Valmorea, e il fiume Olona che ha le sue sorgenti nella frazione Rasa sopra la città di Varese. In questo tratto che porta fino al ponte di Vedano O., il fiume era il parco divertimenti dei ragazzi che abitavano la piccola frazione di Gurone. Il fiume Olona dal ponte delle FNM, ( punt de fer) fino ai mulini di Gurone era composto dal corso naturale, e da una roggia molinara. Il fiume costeggiava la valle sul versante che guarda verso ovest dove si trova la città di Varese, e il paese di Bizzozzero, oggi diventato parte della città. La roggia molinara, si trovava sul lato di levante proprio sotto il paese di Gurone. La valle tra i due corsi d’acqua non era molto grande ma bastava ai contadini dei due paesi per il foraggio degli animali, e le colture di granturco, dove noi bambini del paese quando accompagnavamo i genitori al lavoro nei campi potevamo divertirci giocando sulle rive del fiume, che come ci raccontavano i nostri genitori, nei primi anni del 1900, era limpido e pieno di piccoli, e grandi pesci. Mia Madre un giorno mi raccontò la storia di Bea la trota iridea e di Dario la trota Fario. Era la storia di un amore impossibile, che creava grande stupore tra gli altri abitanti del fiume. Voi vi chiederete perchè gli altri pesci erano stupiti di questo amore. Il loro era un rapporto d'amore impossibile perchè tra le due trote non sarebbe mai potuto esserci una unione con dei figli. Infatti Bea veniva da un paese lontano, Nord America, ed era stata portata nel nostro paese da ricchi signori che viaggiando per il mondo portavano tante specie di animali togliendole dal loro ambiente naturale per rinchiuderle in gabbie, acquari, o laghetti nelle loro sfarzose abitazioni. Ma una volta finita la curiosità per il nuovo, decidevano di disfarsene, liberandoli in posti che non erano come la loro casa, il nord America e Canada, le nostre acque sono diverse come caratteristiche da quelle nord Americane. E anche se i due pesci appartenevano alla stessa specie, Dario non avrebbe mai potuto fecondare le uova della sua amata. Le uova di Bea potevano essere fecondate solo da altri maschi purchè appartenenti alla sua specie, ma il loro amore era tanto forte fino al punto che, se un altro abitante del fiume si fosse avvicinato a Bea, Dario lo avrebbe attaccato e messo in fuga fino a farlo saltare fuori dall'acqua, per il dolore dei suoi morsi. Un bel mattino di primavera Bea si accorse che Dario non stava bene, e come lui anche altri abitanti del fiume, giravano come ubriachi andando a sbattere contro ogni roccia o radice sommersa. Anche Bea non stava meglio degli altri, ma visto che grazie alla sua provenienza era di costituzione molto robusta, riusciva a sopportare meglio i vari cambiamenti delle acque del fiume. Cosi allora Bea pensò bene di portare Dario in un piccolo ruscello che faceva da affluente al fiume. Trasportato il suo amato al sicuro, e dopo aver fatto una buona bevuta di acqua pulita e ben ossigenata, tornò nel fiume per avvisare più pesci possibile del pericolo incombente. Così facendo dopo molti viaggi avanti e indietro, riuscì a salvare più pesci e gamberi possibile. L'acqua dell'Olona che fino a quel giorno era sempre stata pura e cristallina, cominciò a cambiare continuamente colore, e ad emanare un forte odore, come fosse stata avvelenata. E lo era, purtroppo, perchè tutte le fabbriche che si erano insediate sulle sue rive scaricavano i loro veleni, senza preoccuparsi minimamente degli abitanti del fiume. Concerie di pelli scaricavano coloranti tossici e tannini, le cartiere fibre di legno; il tutto si univa agli scarichi fognari dei paesi che a causa della migrazione si espandevano sempre più. Bea e Dario una volta ripresi da quello shock non si persero d'animo e dopo aver radunato più amici possibile in quel ruscello e in altri che dai pendii della valle finivano nel fiume, si organizzarono per creare una comunità la quale doveva, a causa delle ristrettezze, avere delle regole. Così un giorno tutti i rappresentanti delle varie specie ittiche si riunirono. Alla riunione erano presenti: per gli Scazzoni, Adone, per i Vaironi, Ottone, Leda la Lampreda che con Ludmilla l’Anguilla rappresentavano i serpentiformi. In un angolino gli ultimi due rappresentanti delle Sanguinerole, piccoli pesciolini talmente delicati da essere considerati come un termometro dell’inquinamento del fiume, dimostrato dal fatto che pochi di loro erano scampati alla strage del progresso industriale. Praticamente in quattro e quattro’otto quel piccolo ruscello diventò una piccola Arca di Noè formata da pochi esemplari di pesci dell’ormai morto fiume Olona. Nei primi mesi vi fu una convivenza felice, ma a causa delle ristrettezze, ogni specie poteva essere possibile preda dell’altra. All’apice di questa catena si trovavano Bea e Dario, che nel frattempo si erano trovati un compagno. La mancanza di cibo, però, diede inizio alle prime liti, e chi rischiava di farne le spese erano, come sempre i più piccoli, come le Sanguinerole, che praticamente erano cibo potenziale per tutti. Serviva trovare una soluzione urgente, perchè se avessero iniziato a mangiarsi l’un l’altro, alla fine l’ultimo sarebbe morto di fame. Fu allora che si fece avanti Mifune, il Gambero di fiume, che in fatto di intraprendenza non era secondo a nessuno, dicendo che per il vivere comune e la salvaguardia delle varie specie, da quel giorno in avanti, fino a quando il fiume non fosse tornato come prima, avrebbero dato la caccia solo agli insetti che cadevano in acqua, e chi avesse trasgredito a quell’ordine, sarebbe stato ricacciato nel fiume avvelenato. Bea e Dario avrebbero garantito l’ordine e la pace nel ruscello. La cosa, anche se all’inizio non sembrava logica ai più litigiosi, prese piede così bene che, la notizia portata da Salvatore il Merlo pescatore, si propagò negli altri ruscelli diventando legge. Così passarono gli anni senza che nessuno si impegnasse per ridurre l’inquinamento del fiume, anzi più passava il tempo e più il fiume era inquinato, tanto da meritarsi la fama di essere il fiume più inquinato d’Italia e noi ragazzi degli anni sessanta, non potevamo farci il bagno, come lo avevano fatto i nostri padri e i nostri nonni. Ma mentre i nostri amici nel ruscello, che si chiamava Prato Amaro, (prà màr, in dialetto) crescevano e si moltiplicavano e facevano attenzione solo ai pericoli che provenivano al di fuori dell’elemento liquido, si erano creati dei nemici. Questi erano: Nerino, l’Airone Cenerino, Beatrice la natrice dal collare, ( serpe d’acqua), ed il variopinto Martino detto Pescatore. Ma non avendo loro altri posti dove cacciare, infatti le loro prede si trovavano solo nei ruscelli della valle, il tutto, fortunatamente, durò poco e, vista la pochezza di prede, si spostarono sul lago di Varese e nei laghi vicini. Per noi ragazzi era uno spettacolo durante l’estate quando il fiume andava in secca, riuscivamo a fare il bagno nelle pozze che si formavano con l’acqua dei ruscelli, e ancora lo fu di più quando ci accorgemmo che quelle pozze erano piene di pesciolini che, come tutti i piccoli, uscivano dal ruscello per curiosare il mondo attorno a loro. Noi giovani allora, come tutti, non pensavamo ai pericoli che correvamo nel caso fosse venuta una piena improvvisa, o se ci procuravamo una ferita le conseguenze che avremmo potuto avere stando a contatto con quei fanghi avvelenati. Questo per molti anni fu il segreto di noi ragazzi che nei boschi e in quei prati, passavamo le vacanze scolastiche e ogni momento libero, e lo fu anche negli anni a venire, perchè le uniche persone a conoscenza del nostro segreto erano le Mamme che andando al lavatoio, dove l'acqua fuoriuscendo creava un ruscello, scorgevano dei pesciolini. Questi, talmente abituati alla nostra presenza, non fuggivano e noi eravamo tranquilli anche perchè le nostre Mamme non usavano i detersivi di oggi ma il vecchio sapone di Marsiglia, biodegradabile, che non procurava danno ai nostri piccoli amici. Immaginate che certe volte potevamo vedere quelli che si potevano considerare i pronipoti di Dario la trota Fario che, in lunghezza, superavano la larghezza del ruscello. Così arriviamo alla fine del mille novecento, Nella valle Olona c'è la crisi industriale, chiudono concerie e cartiere, la gente deve trovare altri lavori, ma come è risaputo noi Italiani sappiamo sempre cavarcela in ogni situazione. Mancando la fonte primaria dell’inquinamento il fiume pian piano inizia a ripulirsi. Ma sarebbe stato molto meglio che il lavoro non fosse mancato, e le grandi fabbriche ora chiuse si fossero dotate di depuratori, senza arrivare alla morte del fiume per un periodo di circa cinquant’anni.

La canzone dei pompieri di Viggiù

La sera del 31 marzo 1951 una pioggia torrenziale bagnava il tram che dal paese di Bisuschio nella Valceresio, porta a Viggiù, il mezzo arrancava tristemente verso il paese, solo alcune coppiette che allegre sotto gli ombrelli sfidavano il diluvio, non si accorgevano del Tram dalle luci giallastre e dai vetri appannati, che portava a termine l'ultimo viaggio. Sulla vettura i pochi passeggeri silenziosi ascoltavano il cigolio della ruote ferrate, il bigliettario guardava attraverso i vetri la strada che sembrava un fiume, mentre con la mano accarezzava tristemente la borsa di pelle che serviva da cassa, e contenitore dei biglietti. Il manovratore dominava a malapena la tristezza per quell'ultimo viaggio. Mentre cervava di scacciare quei tristi pensieri, un sorriso comparve sul suo viso, tra sè e sè bisbigliò : Sono stato io a ispirarlo, e la filarmonica di viggiù l'ha adottato come inno ufficiale. Ricordò come se fosse accaduto qualche istante prima, quel signore con la cartella di pelle nera, non era uno della zona, lì si conoscevano praticamente tutti, aveva un'aria strana, quella che distingueva il cittadino, dall'abitante di quei piccoli paeselli delle prealpi. Era non molto alto e stempiato, vestiva molto elegante, si vedeva che era un cittadino, magari Milanese, a Viggiù e in Valceresio ne venivano molti in vacanza. Arrivati alla fermata l'uomo si avvicino al manovratore chiedendo: Questo va a Viggiù vero?, il manovratore scherzando rispose: Sì perchè? è venuto per vedere i Pompieri? Quali pompieri? rispose il passeggero. Ma come lei ignora che la prima pompa della zona l'abbiamo comprata noi? quella di Varese in confronto alla nostra non è che un rubinetto per lavarsi le mani. Poi orgoglioso aggiunse: Eh si caro lei, i nostri pompieri sono importanti. sono tutti alti e belli! Guadi me! anch'io sono stato pompiere. Il viaggiatore con un sorriso esclama: Viva i pompieri di Viggiù. Non si resero conto che erano arrivati al capolinea, prima di scendere lo sconosciuto si presentò ai due addetti: Piacere, Fragna. Mentre il tram ritornava alla stazione di Bisuschio il biglietterio pensando al viaggiatore sconosciuto si rivolse al collega dicendo: Fragna questo nome non mi è nuovo. Sara forse quel Fragna? Ma no è impossibile che ci può fare il grande maestro Armando Fragna a Viggiù? Mentre i due si interrogavano il maestro Fragna sceso dal tram si era riparato dalla pioggia nella tabaccheria del paese, dopo aver bevuto un caffè, chiese un foglio di carta e una matita, perchè doveva scrivere. I giovani d'oggi non hanno mai sentito quella canzone, ma noi nonni la ricordiamo molto bene, aveva un ritmo allegro ma nello stesso tempo marziale. Le prime strofe recitavano così. Viva i pompieri di Viggiù che quando passano i cuori infiammano... Tempi passati, ora le canzoni sono diverse, parlano di amore, guerra, e di un domani migliore. Da quando ho scritto questo racconto prendendo spunto dai testi di un mio illustre concittadino, sono passati quasi quarant'anni, purtroppo quello che speravamo negli anni del dopo guerra e nei successivi anni del boom economico, non si è avverato, le guerre continuano, la parola amore è sostituita dalla parola egoismo, oggi abbiamo l'inquinamento che ci distrugge, e i governanti con parole altisonanti fanno proclami, ma questi proclami di un domani più pulito, come si usa dire dalle mie parti sono aria fritta, perche l'interesse per il dio denaro, è superiore alla vita umana.

QUANDO UNA GITA COSTAVA DUE SOLDI

Quando una gita costava due soldi Racconto tra verità e fantasia, della guerra tra Luigi Ferrario proprietario dei trasporti su carrozza a cavalli a Como e d'intorni, e la ditta Helios Tedesca che voleva portare il Tramway a Como in occasione dell'esposizione Voltiana del 1899. La vita a Como negli anni che precedevano l'esposizione Voltiana, scorreva tranquilla al suono degli zoccoli dei cavalli che trainavano carrozze di ogni tipo. Gestiva i trasporti la premiata ditta Luigi Ferrario di Cernobbio, ridente paese diviso da Como da una serie di lussuose ville, e altrettanto lussuosi alberghi. Quando si sparse la notizia che una ditta Tedesca avrebbe posato le rotaie in città per far viaggiare il Tramway, in occasione dell'esposizione Voltiana dell'anno 1899, il Ferrario andò su tutte le furie, all'uomo che aveva fino ad'allora l'esclusiva dei trasporti in città e periferia, non andava proprio giù che dei trabiccoli mossi ad energia elettrica sferragliassero su e giù per Como disturbando la quiete e la tranquillita dei suoi concittadini e dei turisti che venivano per riposare le stanche membra, in riva al Lario. Cosa che lo irritava ancora di più oltre che la previsione dei mancati guadagni, era la ditta Helios che dalla Germania voleva soppiantare la sua azienda, con il Tramway, il Ferrario agli amici in piazza Cavour diceva, va bene tutto, ma che il Cecco Beppe venga ha portarmi via il lavoro questo proprio no! (Cecco Beppe venivano definiti i Tedeschi, e gli Austriaci, nomignolo dell'imperatore Francesco Giuseppe). A Cernobbio nei depositi del Ferrario c'erano carrozze d'ogni tipo, dai carri funebri di prima, seconda, e terza classe, c'era il coupè per gli sponsali, il milord per i ministri, il landò per i cardinali, il visavì per gli innamorati, la victoria per i nobili, gli omnibus che servivano gli alberghi, tutte queste carrozze erano fornite dalla ditta fratelli Macchi di Varese. Sempre ribollente d'ira verso la Helios, il Ferrario un mattino parlando con un membro del comune si sentì ringhiare: Ogni giorno da Cernobbio partono quattro omnibus trainati da due pariglie di stupendi cavalli, non come a Milano dove viaggiano lenti su binari, i miei viaggiano liberi e con i loro zoccoli danno un che di musicale alle vie del centro e al lungolago, e molto più veloci, i turisti su i miei omnibus possono sentire l'odore del lago, il profumo del pane appena sfornato, non la puzza del ferro arrugginito dei binari. Voglio proprio vedere se tu segretario comunale e tutta la giunta, avete il coraggio di privare la città dei colori e dell'eleganza della mia carrozze. In quel periodo i tram a cavalli avevano una grande importanza, e riscuotevano la simpatia di tutte le classi sociali, in quando con pochi soldi anche la servitù, i militari, potevano viaggiare. Le diligenze che dalla vicina Svizzera giungevano in città quando incrociavano un omnibus rallentavano per lasciare il passo, prima di ripartire alla volta del San Gottardo. Il Ferrario diceva:Questo si che è un servizio coi fiocchi! Non la baracca elettrica che con quelle stridule note acute rompe le orecchie, e va lenta come una lumaca. Un giorno al Ferrario arriva una notizia che lo fa trasalire dalla felicità, la giunta comunale ha deciso che i tramway della Helios sono troppo costosi, perciò i trasporti resteranno quelli di sempre. Ferrario non soddisfatto vuole dare una sonora lezione al Cecco Beppe, visto che una linea era stata approntata, e un tramway viaggiava già dalla stazione ferroviaria, a piazza Cavour, si riunì con i suoi dipendenti per attuare la sua vendetta. E così che, grazie alle informazioni avute dai dipendenti comunali secondo cui la linea del Tramway Helios veniva soppressa perchè troppo costosa, il Ferrario con alcuni suoi dipendenti decise di attuare la vendetta, con al termine un festino eroico. Chiamò il Giuanass, un cocchiere dalla mano leggere con le briglie, ma dai pugni pesanti, un pezzo di marcantonio alto e robusto come una Quercia, il ritrovo era presso l'osteria Stradella a Cernobbio, tra una partita a briscola, e una a scopa liscia, tutto annafiato con una damigiana di robusto Barbera, il Ferrario e il Giuanass preparavano la lista degli uomini che dovevano accompagnare il Giuanass in quel di Como. Il giorno convenuto al tocco delle diciotto e trenta, a cassetta del tram a cavalli più nuovo della ditta Ferrario, il Giuanass parte da Cernobbio alla volta di Como, una quarto d'ora più tardi la vettura giunge alla stazione della funicolare, dove carica i colleghi congiurati. Alle diciannove dopo aver salutato i proprietari del caffè della stazione della funicolare, il Giuanass sale a cassetta e con aria sorniona si mette in attesa. Dall'imbarcadero dove attracca il piroscafo Lecco, i marinai che sanno dell'azione che sta per compiera il Giuanass, salutano agitando i cappelli. A stento Giuanass riesce a imporre il silenzio ai suoi compagni nascosti all'interno della vettura: state zitti sibila a bassa voce, ma dal fondo del carro una voce carica d'emozione grida: Arriva, Arriva, si è lui, è lui! Inatti il Tramway elettrico della Helios arriva sferragliando veloce sui binari, sul mezzo oltre al manovratore, e al bigliettario, ci sono due persone, un medico condotto, e una levatrice chiamata d'urgenza a Brunate per un parto. Il Tramway della Helios sosta alla stazione della funicolare per far scendere i due passeggeri, e riparte in direzzione stazione San Giovanni. Appena ripartito al suo fianco spunta il tram a cavalli condotto dal Giuanass, con i suoi accoliti che affacciati ai finestrini cantano: Daghela avanti un passo. Sembrava che tutta como sapesse della sfida, d'incanto il lungo lago si era riempito di gente che ai bordi della strada incitava i contendenti, che affiancati aumentavano progressivamebte la velocità, perche a nessuno dei contendenti andava di venire battuto in quella gara di velocita, i destrieri del Giuanass filavano veloci verso la stazione, e il Tramway elettrico della Helios anche se lanciato alla massima velocità perdeva terreno nei confronti dell'avversario. arrivati in Borgovico ormai i giochi erano fatti, il tram a cavalli aveva battuto sonoramente il tram elettrico. Arrivati al capolinea ad attenderli c'era il Ferrario con altri signorotti della città, quando Giuanass scese dal mezzo il Ferrario l'abbracciò gridando: Bravo Giuanass, una lezione bisognava darla a questi Tedeschi. Il Tramway della Helios da quel giorno entrò in rimessa, per venire poi venduto all'asta come ferrovecchio. Non passarono però molti anni che il progresso ebbe la sua rivincita, e il Tramway divenne il mezzo di trasporto principe in tutte le citta d'Europa. La morale di questo racconto è che il progresso e le menti giovani che con le loro invenzioni lo portano avanti, non solo ai giorni nostri, ma anche ai tempi de Alessandro Volta, non riconobbe subito l'intelligenza dello sceinziato, tanto che il Volta come tanti giovani d'oggi menti brillanti non riconosciute in patria, dovette emigrare prima in Inghilterra, e poi alla corte di Napoleone in Francia per terminare la sua invenzione.

domenica 9 aprile 2017

Riflessioni

Rinchiuso in questa stanza estirpo dalla mente
le ultime lacrime di una notte insonne.
Poi, la divina luce e mi ritrovo alle soglie del giorno,
pieno di pensieri, e di tristi presagi.
Ho! rosso sole che sorgi, stendi un manto di luce intrisa
di veli candidi ai ciechi passanti,
mandami il suo canto prima che venga il tramonto!
Vita, ferma il tempo,
altrimenti è già sera, e poi notte!
Poi sarà per la mia esistenza,
solo ansia che mi divora dentro!
il timore mi assale!
Ascolto il grandinio nella mia stanza
che bussa insistente alla finestra"!
Vita, dammi ancora un pezzo di cielo azzurro
e i lampi d'amore! che solo lei mi sa dare,
lascia che io giochi ancora sul tetto delle stelle
e beva ancora il nettare nel suo calice d'amore!
il mio cuore non riposerà più un'altra notte fredda!
Ora le porto cantando un ramo di salice in fiore
mentre gli Angeli canteranno in coro il nostro amore.


sabato 25 marzo 2017

PRIMO TEMPORALE 2017
Esauriti gli scoppi del primo temporale, 
canta la notte i lontani bagliori, 
vanno le nuvole verso i monti, 
per tornare accarezzando l'addormentato paese, 
 anche il ruscello recita il solito canto,
satollo delle acque da poco cadute.
Nell'attesa del sonno io scrivo.
Che Divina quiete.
Una civetta canta per dare alla notte il benvenuto,
una lucciola cerca di donare la sua luce
a chi crede che la notte sarà nera.
Attendere che passi questa ultima domenica di Marzo
per me non ha fine,
ma il domani da lei mi vedrà,
ero una stella che voleva morire,
adesso vivo splendente al chiarore del sole.
Ombra senza più pianto ne dolore,
è la mia anima,
mentre cammino nei viali di roseti profumti
lasciando il mio dolore su quei sentieri
dove ho per una vita camminato.
Sarà una fresca mattina a portarmi da lei
che con il suo vivere, ha saputo farmi provare
ancora l'ebrezza del vero amore?
Al solo pensiero di lei,
cavalco il cielo su una nuvola.
Amore, miele di primavera per me
che ero ormai pronto ad assaporar tristezza,
la sua mano ha preso la mia
per guidarmi ancora verso la vita.
Ripensando a quei giorni lontani
mai permetterò a nessuno,
cogliere le nostre rose.