lunedì 13 novembre 2017

La Fatina del Toce

Nell'alta provincia Verbano Cusio Ossola. Così potrebbe iniziare la mia favola, c’erano una volta meravigliosi boschi e foreste incantate, laghetti alpini, ruscelli limpidi, e non ultimi tanti abitanti della flora e fauna Alpina. Anzi, io dico se li sai cercare, se hai voglia di scarpinare ci sono ancora. In questi luoghi magici, e tutti da scoprire vivono nella più affascinante natura, si nascondono, giocano, fanno dispetti, piccoli esseri misteriosi ai quali sono legate credenze e storie fantasiose. Questi magici esseri sono i “folletti” non amano farsi vedere, sono timidi e introversi, per farteli amici devi usare poche ma precise regole. bontà, amore, sincerità. Se ti avvicini a loro osservando queste tre regole, loro ti appariranno, aprendoti il loro cuore. Altrimenti svaniranno in una nuvola di fumo, e tu in nessun modo potrai più vederli, perchè non hanno ombra se visti alla luce del sole, non lasciano orme sulla terra per indicare la loro presenza. Ce ne sono di bizzarri, benevoli, dispettosi, ma mai cattivi, si comportano a seconda dei sentimenti che noi nutriamo nei loro confronti. D'aspetto generalmente buffo. Sono di piccolissima statura, agilissimi ed irrequieti, vestiti con abiti che cambiano secondo stagione, per mimettizzarsi con la natura che li circonda, hanno un copricapo a sonagli, spesso formato da un fiore di Ipomoea, per i più nobili uno di Artemisia Glacialis. Calzano scarpette di cristallo che nonostante l'abitat pieno di ostacoli non si rompono mai. Abitano nelle corolle dei fiori, oppure sotto gli ombrelli rossi picchiettati di bianco delle Amanita Muscaria, tra le rocce ricoperte da muschio verde, nelle rugosità della corteccia degli alberi. Se sai ascoltare le foglie degli alberi, ti parleranno di antichi segreti e credenze popolari, ogni genere di fiaba o verità su gnomi, e folletti. Gomi e Folletti a volte vivono nell’aria, altri amano la danza e la musica. Ma ricorda, i “folletti” sopratutto non amano farsi vedere. Nei loro rapporti con noi possono essere benevoli alcune volte servizievoli se ben trattati, mentre si vendicano, con modi spesso comici, di chi li offende per le loro stranezze. Molte persone li scambiano per fuochi Sacri. Si dice che quando i contadini su nei paesi della Val Formazza si scordano di lasciare qualche cosa da mangiare per il folletto deputato alla salvaguardia delle mucche al pascolo, questi si diverta intrecciando le code degli animali in modo così stretto che il nodo non si poteva più sciogliere, solamente tagliare! Con i folletti, si intrecciano gli “elfi” Oramai con la globalizzazione anche loro si sono internazionalizzati espatriando dal nord al sud Europa. Il loro antico nome nordico è Alfr nome dei geni della mitologia nordica, simbolo delle forze dell’aria, del fuoco, della terra e dei fenomeni atmosferici in generale. Sono spiritelli capricciosi, talvolta benevoli, talvolta malevoli, ma attenzione perche sono dotati di una terribile potenza. Gli elfi maschi sono spesso deformi come gli gnomi. Le loro compagne, al contrario, sono signorine molto graziose. In origine pare che gli elfi furono stati concepiti come anime di defunti. Ma vengono indicati anche come potenze che favorivano la fecondità. Di qui la distinzione, nella mitologia nordica, fra Dokkalfar, “elfi delle tenebre”, e Liosalfar, “elfi della luce”. E poi, ci sono simpatici abitanti dei boschi gli “gnomi” così teneri e piccoli, piccoli. Amici nonni e nipoti, sappiate che gli “gnomi” cercano di stare nascosti dalla vista degli uomini, ma non per paura: uno gnomo anche se minuscolo, è sette volte più forte di un uomo. Quando sono adulti, i maschi hanno una lunga barba bianca e le femmine portano due belle trecce bionde, che però spariscono sotto un fazzoletto dopo che si sono sposate. Il loro abbigliamento preferito: una giacchetta legata con una cintura, pantaloni pesanti, stivaletti invernali, oltre all’immancabile cappello rosso a punta! Le donne invece portano dei bei vestiti ricamati e un cappello verde, sempre a punta. Da non dimenticare, le amate “fate” esseri soprannaturali che si mescolano agli uomini presenziando alla loro nascita, per conferire loro doti più o meno favorevoli ed influenzandone l’esistenza con influssi benevoli o malevoli. Un famoso scrittore di cui ora scordo il nome scriveva, in un trattato sulle Fate. Non crediate che le fate siano sempre piccole. In loro tutto è capriccio, perfino le dimensioni. A quanto pare assumono qualsiasi forma o dimensione piaccia loro. La loro occupazione principale consiste nel banchettare, suonare musiche bellissime. Ma torniamo a noi, secondo la maggior parte degli storici delle tradizioni popolari, le fate esistono fin dall’antichità e potrebbero essere gli ultimi residui degli antichi abitatori dell’ Irlanda, i Thuatha De Danan. Il regno delle fate ha una propria gerarchia di re, regine e capi, che si radunano in posti speciali chiamati raths. Le fate sono amiche degli esseri umani se vengono rispettate e non sono disturbate. Se si arrabbiano, hanno il potere di stregare o di lanciare frecce di fuoco che paralizzano uomini e animali. Mi sono dilungato un po troppo per spiegare ciò che ogni essere umano amante della natura sa già, anche se a volte non si accorge di sapere, perche al giorno d'oggi tanti dicono di amare la natura, ma pochi la rispettano. Un mio giovane amico di nome Marcello può raccontare molto sulle creature dei boschi, particolarmente di quelli delle valli Ossolane che da Gravellona Toce, si aprono verso il passo del Sempione, il monte Rosa, le cento valli che finiscono nel Locarnese, e su per la Val Formazza fino al Passo San Giacomo. Marcello nelle sue escursioni di Elfi, Gnomi, e Fate ne ha visti molti, tanto che ha dovuto imparare un dialetto Scandinavo molto antico per comunicare con alcuni di loro, che faticavano ad apprendere la nostra lingua. Ora però lascio spazio alla fantasia per raccontarvi. La fiaba di Marcello e la fatina del Toce Alla sorgente il Toce scende allegro saltellante e fiero delle sue acque cristalline. Scivola felice giù dal Passo San Giacomo, ingrandendosi poco a poco, con le acque dei ruscelli che escono dai laghetti del Toggia e del Castel, per poi tuffarsi a valle dalla cascata omonima, attraversando la val Formazza tra verdi pinete, e grandi boschi di secolari Faggi, Questa favola si svolge nel primo tratto del fiume, al suo ingresso nelle zone umide pianeggianti rallenta la sua corsa, dove Tritoni e Rane, si divertivano nel vedere l'abbeverata di uomini e mandrie come attraverso una grande liquida lente. Al centro di una valle che in primavera ed estate si ricopre di ranuncoli e rododendri selvatici c'è il paesino di Riale, dove i bambini giocano sulle rive del fiume, facendo il bagno anche se l'acqua è un po freddina, ma da giovani si sà, il freddo e il caldo poco si sentono quando si è assorti nei giochi, le bambine raccoglievano sassolini che le acque avevano resi lucidi come cristalli per creare piccole collane, e le donne si raccoglievano in chiacchiere mentre lavavano i panni al fontanile, gridando di tanto in tanto ai loro figli, di non farsi male, Nei pomeriggi di festa anche qualche copietta di innamorati sedeva sui massi e tenendosi per mano, giurava eterno amore. Anche il Toce, come ogni bravo fiume aveva la sua fata, che aveva il compito di sorvegliare tutto quello che accadeva sulle sponde, in modo particolare i bambini perché non si facessero male, nei limiti del possibile cercava di realizzare i sogni degli innamorati, e anche quelli delle ragazze che raccoglievano i sassolini, accarezzava i capelli di coloro che piangevano sulla riva del torrente mentre le lacrime correvano a valle assieme alle acque del fiume. La fatina aveva un amico con cui faceva lunghe passeggiate, un capriolo nato da poco che aveva chiamato Bamby, perché anche le fate vanno talvolta al cinema. Era sempre stata felice, ma ad un certo momento cominciò a sentirsi strana, il sole non le pareva più così luminoso mentre guardava i bambini e le mamme , anche i fiori non le sembravano più così belli, osservava gli innamorati, ma non gli ricuciva di capire cosa le stesse accadendo. Un mattino vide arrivare un giovane che sedutosi sulla riva, prese dallo zaino pane e formaggio Bettelmat, dell’acqua e dopo avere mangiato ripulì bene il posto, si stese con al testa sullo zaino per dormire al sole. La fata si avvicinò con cautela, non lo aveva mai visto lì; aveva gli occhi scuri i capelli neri, le mani ben curate, la corporatura robusta di chi fa tanto sport. Nel frattempo lui apri gli occhi e la vide. Ciao ! esclamò, ma non hai freddo vestita così, almeno un golfino di lana potevi metterlo, non è ancora estate, mentre le parlava sorrideva. La fata chinò lo sguardo sul suo abito di velo lucente e arrossì, non era sua abitudine farsi vedere. Sono uscita in fretta di casa, rispose. Sei un villeggiante? Chiese No! mi chiamo Marcello vengo qui per cercare la pace che in città non c'è più. Cosi quando sono libero mi piace andare per i monti e fare lunghe passeggiate, osservare e fotografare la natura. Da quel giorno, ogni volta che Marcello saliva verso il passo, la cercava perchè con quella ragazza si trovava a suo agio, tanto che passavano giornate intere, ha raccontarsi di loro. Marcello si stupiva che lei non avesse mai fame e rifiutasse le merende, la Fata temendo di essere fuori moda si era procurata un golfino fatto con fili d’erba e dei jeans su cui aveva applicato dei colorati fiori di campo. Era felice ma si sentiva inquieta e ansiosa. Una sera si sdraiò sul suo materasso di erba , tirò fin sotto al mento la coperta di muschio e si accinse a leggere un vecchio libro alla luce che le offrivano gentilmente tre lucciole, quando sulla pagina si proiettò un’ombra e vide lei, la fata sovrintendente. Fata madrina è tanto che non venivi? Disse. Vero bambina, ma ho avuto tanto da fare al consiglio delle fate, lassù. E fece un gesto vago ad indicare un ipotetico luogo. Ma ora sono dovuta venire, lassù sono tutti in agitazione, cosa stai combinando ragazza mia? non puoi vestirti come una umana, chiacchierare con un umano, e passare tutto il tempo con lui, ti sei scordata chi sei? Madrina non so cosa mi accade, ma io sono felice solo quando sto con Marcello, parliamo, mi racconta dei suoi progetti.Ho capito che io non avrò mai una casa, dei bambini, una famiglia. La tua famiglia è tutto quello che ti circonda, le persone che vengono qui e affidano al bosco le loro gioie, i sogni e i dolori, non ti possono vedere ma sanno che ci sei, questa è la tua famiglia. Se andrai con lui non potrai più essere una fata, i tuoi capelli diventeranno bianchi, perderai le persone care, morirai. Bamby invecchierà e non potrà più giocare con te .” Ma!, Esclamò la Fatina, ma! io non posso stare senza di lui, aiutami madrina. La Madrina era addolorata, ma quello che leggeva negli occhi della ragazza la colpì. Sospirò, fece una lunga pausa, poi parlò. Va bene porterò il tuo caso al Consiglio delle Fate, ma ad un patto per una settimana vivrai come vivono gli umani, poi ci rivedremo, se sarai ancora convinta che è quello che vuoi, e avrai detto a lui chi sei, e lui ti avrà accettata. al mio ritorno decideremo. La Fata il giorno dopo si alzò e per la prima volta sentì il freddo e la fame, non aveva danaro né abiti pesanti, sentiva freddo ma era felice. Corse nel bosco, trovò una capanna, fece una scopa con i rami e cominciò a pulire, poi tutta sudata si infilò il golfino di fili di erba, i jeans con i fiori che nel frattempo erano avvizziti e corse in paese a vendere del miele che aveva raccolto, e con il ricavato comprò altre cose . Alla sera si accorse che non aveva pensato di raccogliere legna per il fuoco ma si addormentò ugualmente felice. Il giorno dopo andò al torrente; le mamme che sedevano nel prato la guardarono diffidenti, parlottavano fra loro dicendo. Non so che abbia questo posto, mi piaceva tanto diceva una, ora mi pare freddo, l’erba sembra è secca, che sia l’inquinamento? Non so ma anche il fiume è diventato così chiassoso, prima mi addormentavo qui e il rumore non mi infastidiva ora fa un tale fracasso! Forse è il buco dell’ozono. Nel pomeriggio arrivò Marcello, debbo parlarti le disse, questi giorni con te sono stati bellissimi, sono felice di averti conosciuta ma vorrei potessimo stare sempre assieme, io guadagno bene ora e posso permettermi una bella casetta e una famiglia, vorresti sposarmi? La fata fu presa dal panico non sapeva se lui avrebbe accatta la sua natura o si sarebbe spaventato, ma era anche tanto felice e così, sebbene in preda di ansia gli parlò. Gli disse che anche lei avrebbe voluto stare con lui, ma che era una fata e solo se glielo avessero permesso sarebbe stato possibile . Marcello sorrise: lo sapevo, l'ho sempre saputo, non potevi essere che una fata. Ma io ti voglio bene e non posso pensare che debba rinunciare alla tua vita per poi pentirtene. La fata gli corse incontro lo abbracciò e gli promise che di li a pochi giorni si sarebbero ritrovati. Quella sera due innamorati che erano andati a sedersi su di un masso si misero a litigare e si separarono, più tardi la Fata vide una anziana donna che coprendosi il viso con le mani singhiozzava disperata, si avvicinò e le mise una mano sulla spalla, ma la donna continuò a piangere, che ti è successo chiese? Ho perso mio figlio, non è giusto che un figlio muoia prima della madre, non è giusto! La fata cercò di consolarla ma capì che le sue parole non raggiungevano il cuore della donna. Disperata si allontanò. Il giorno successivo incontrò Bamby che beveva al torrente tutta felice lo chiamò, ma il capriolo drizzate le orecchie, con un fremito di paura fuggì. La gente del paese era perplessa e spaventata, non voleva più andare al torrente dove non trovava la pace e la serenità cui era abituata. Vedendo tutto questo dolore la Fata si addolorò e una sera, nella sua capanna dove oramai aveva imparato ad accendere il fuoco, per cucinare. Chiamò la fata supervisore, e chiese. Madrina per favore, vieni, Madrina! Eccomi, rispose la fata Madrina, ma è mai possibile ragazza che tu sia sempre così agitata! che succede? La gente non vuole più andare al torrente sono scontenti e infelici, Bamby non mi riconosce più. La Madrina si sedette sul letto e le prese la mano dicendo. Bimba mia non si può avere tutto, se diventi umana, il torrente resta senza fata, A questo possiamo rimediare, ma ci vorrà tempo prima che un'altra Fata impari a conosce il lungo e faccia esperienza. Madrina, forse sono stata egoista e ho anteposto la mia felicità a quella degli altri che è più importante disse la ragazza piangendo. Non lo è più importante piccola mia, puoi anche decidere di lasciare il torrente, ma sei tu che devi sapere leggere dentro di te cosa senti, cos'è più importante, solo tu puoi darti la risposta, conoscere la tua vera natura per essere in pace con te stessa. E la Fata decise. Il giorno successivo un pescatore che da tre giorni stava tutto arrabbiato sulla riva del torrente percepì un buon profumo di erba, soddisfatto ributtò nel fiume la trota che aveva pescato tornò in paese, la voce si sparse e la gente ricominciò ad andare al fiune, proponendosi di tenere il posto ben ordinato e non inquinato affinché non accadesse di nuovo quello eh era da poco successo. La sera della domenica Marcello era seduto su un masso, era triste ma quando vide la Fata le sorrise, si presero per mano e.. ho capito sai, hai deciso di restare, io so che ho avuto il grande dono di conoscerti sono un poco triste ma so che qui ci sarai sempre come sarai sempre nel mio cuore. La fata piangeva lacrime di rugiada, ma il suo sorriso era sereno. Accarrezò Marcello e corse via saltando sui massi del torrente con Bamby che ora la riconosceva.

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