RICORDI FANTASTICI SECONDA PARTE
I TORTI , E GLI ORBETTINI, E LE CORNACCHIE
Diciamo pure che da piccolo non ero proprio quello che si definisce un bambino modello, non passava giorno che ne
combinassi una, per fortuna che avevo un Padre si molto severo ,ma anche molto comprensivo, tutte le volte dopo avermi
sgridato a dovere, e magari mandato a letto senza cena(poi arrivava  Mamma di nascosto con  pone e formaggio)
lo sentivi in cucina con mia Madre commentare i miei disastri con una bella risata.
Come quel giorno che dovevamo tagliare il bosco vicino a casa,   lui al mattino di buon ora mi disse di andare nei
boschi che avevamo vicino al fiume per raccogliere i torti, in dialetto (tort) , fuscelli di salice che servivano per legare le
fascine, fatte di piccoli rami  che servivano per accendere il fuoco sia della cucina, che del camino.
I torti a quei tempi erano molto ricercati , primo perche permettevano di legare una fascina di legna ,senza dover usare
Il filo di ferro che oltre ad avere un costo ,poi si sarebbe disperso nell’ambiente,( notate bene come i nostri genitori era
sensibili all’ambiente non come noi), secondo motivo perche mentre recuperavamo questi fuscelli , facevamo anche un
opera di pulitura della pianta dai rami superflui, e imparavamo anche l’arte della potatura.
Ogni famiglia aveva un pezzo di terreno lungo il fiume , con diverse piante di salice, che crescendo in un luogo ideale, essendo  piante che crescono bene nei terreni umidi, venivano curate con particolare attenzione, anche controllando che nessuno andasse a rubare i torti,se si veniva sorpresi ha rubare apriti cielo ,si veniva additati per tutto il paese come ladri di torti.
Io allora avevo dodici anni ero abbastanza precoce ,essendomi già sviluppato e come tutti nella mia famiglia mi alzavo
come statura a vista d’occhio, siccome i miei erano molto alti anch’io non ero da meno, praticamente un bambino più
alto di molti adulti dell’epoca.
Quel giorno che mio padre mi ordinò di andare a raccogliere i torti, immaginatevi se io mi facevo tutta la valle a piedi
per andare nel nostro terreno ha raccoglierli, visto che da casa distava almeno 4 km, però per non fare capire che non
ci andavo, alla sera dopo aver avvisato il mio amico Renzino che ci saremmo trovati nel bosco all’alba, per poi andare alla ricerca di nidi, premetto che il nostro divertimento era solo trovarli , ci guardavamo bene dal toccarli o disturbarli.
Così fu che quel mattino partimmo e dopo due ore di cammino tra  i  prati lungo il fiume, felici perche dopo tutto questo camminare avevamo trovato anche in un grosso tronco un Ghiro che dormiva ancora beato al calduccio,
E visto che si avvicinava l’ora del rientro mentre Renzo restava di guardia , io con il mio coltellino ho fatto un bel fascio di torti, non senteno Renzo quando mi giro per cercarlo , lo vedo appeso per un orecchio tra il pollice e l’indice di un signore con uno sguardo che non lasciava presagire niente di buono, poi lo sento tuonare ladri mi stavate rubando i torti, cosi facendo mentre gridava scuoteva così forte il Renzino, che piagnucolando diceva io non ho fatto niente passavo per caso, quello lì non lo conosco nemmeno. Io non sapevo che fare , poi il lampo di genio tipico degli scapestrati come me. Signore dissi: lasciate quel ragazzo, lui non sa niente ,l’unico colpevole sono io, questi lasciato il mio amico si avvicina mi prende per un braccio, e nello stesso Renzo piagnucolando si era messo a distanza di sicurezza, restando ha guardare .
Amici miei mi viene ancora da ridere mentre ricordo quello che successe nei pochi istanti che seguirono. Mi accorsi
subito che quell’uomo era esattamente la mia meta come altezza, molto robusto, ma anche molto anziano, allora io
senza mai lasciare il fascio dei torti, inizio una cantilena, per vedere di impietosire quell’uomo ,mi lasci per favore mi
sta rompendo un braccio, piagnucolavo , le rendo tutti i suoi torti, non mi faccia del male, ma questo non si lasciava impietosire, allora presi coraggio con uno strattone mi divincolai, e sempre senza mollare il mio fascio di torti, corsi via, fino a quando l’uomo stanco con un gesto che non vi sto a spiegare, si fermò, anch'io allora mi fermai, e pronunciai una frase che poi per anni divenne, il marchio di quel pover’uomo. Gridai signore voi avete tutte le vostre ragioni, e le potete pure tenere, ma io vado a casa con i vostri torti.
Poi via di corsa fino a casa con l’amico Renzo che cercava di spiegarmi che lui era rimasto a distanza ma nel caso avessi
avuto bisogno  sarebbe corso in mio aiuto. Una volta a casa la storia non finì qui, il signore a qui avevo rubato i torti non
non era del mio paese, ma conosceva mio padre. Al sabato mattino vidi mio padre  con il fascio di torti che prendeva la
bicicletta e partiva in direzione della valle, dicendo , poi quando torno facciamo i conti, fu cosi che dovetti la domenica
mattino alle 5 alzarmi partire a piedi per il nostro bosco, fare due fasci di torti, andare nel paese vicino lasciarne uno ha
quel  signore pregandolo di perdonare il mio gesto,poi fare ritorno a casa, tutto questo in km , cinque volte di più che se
quella mattina avessi fatto come aveva ordinato mio Padre.
E dulcis in fundo dopo una settimana senza calcio e senza giochi con gli amici la cosa finì, ma ancora oggi al mio paese
si parla della storia dei torti e delle ragioni.
Come avrete capito non ero proprio quello che si può definire un bambino modello, ma se c’era una cosa che mi poteva
fare intenerire erano tutti gli animali, ma dico proprio tutti, cominciate ha mettervi nei panni di mia Madre , quando si
vedeva per casa, gli animali più impensabili, Rane ,Rospi , Salamandre ,Ghiri , uccellini caduti dal nido e abbandonati, e
poi quelli che erano la mia passione, Ramarri e Orbettini, Natrici dal collare , pensate che a quei tempi c’era un detto
popolare  che recitava così, se la Vipera ci sentisse e l’Orbetto ci vedesse poca gente al mondo ci sarebbe.
Detto che io facevo di tutto per smentire ,visto che leggendo un vecchio libro del nonno avevo trovato che l’Orbettino
non è un serpente ma una lucertola con le zampe atrofizzate. Sta di fatto che io ero considerato un pazzo sconsiderato
che giocava con le vipere, perche anche la Natrice dal collare, povera bestiolina era scambiata spesso e volentieri per
una vipera, visto che la forma della sua testa ricorda quella della vipera, e nella paura dettata dall’ignoranza erano
 cacciate ed uccise, tutto per un vecchio stupido detto popolare.  Cosi io quando dovevo andare nei posti dove avevo
paura ,  mi facevo coraggio , infilandomi un Orbettino in tasca,  e quando incontravo dei ragazzi o delle persone che
non mi ispiravano fiducia, io toglievo di tasca la lucertola e giocherellavo con lei facendola girare attorcigliata sulle
dita delle mani potete immaginare lo stupore di chi mi vedeva per la prima volta, gli adulti, con fare indifferente si
allontanavano,di qualche metro  per gridarmi che ero matto,e volevo morire,i giovani e le donne fuggivano terrorizzati,
solo il mio amico Renzo era ha conoscenza del mio segreto, visto che condivideva con me l’amore per la natura ma non
si fidava, e per quanto riguarda i serpenti, restava alla larga.
Pensate che quando io ero ragazzo tra un paese e l’altro c’erano delle forti rivalità, che non voglio definire violente ma!
Poteva succedere che per fare il bagno nel fiume si dovesse ricorrere ad una vera e proprie battaglia, con palle di terra
creta bagnata, non vi dico che lividi sul corpo quando una di queste ti colpiva, in tutto questo bailamme io e Renzo  ci
sguazzavamo ,perche quando arrivavamo noi, visto il terrore che incutevamo con quello  che potevo avere nelle tasche
i ragazzi facevano a gara per accaparrarsi la nostra amicizia, cosi succedeva che noi due potessimo andare nel paese
dall’altra parte della valle senza nessuna paura anzi, ci eravamo fatti più amici che nel nostro.
Io abitavo con i miei genitori in una casa hai confini del paese , quella zona si chiamava il ronco, la nostra casa era una
specie di zoo visto che anche mio padre aveva la passione per gli animali, passione molto importante perche potevamo
permetterci di mangiare sempre carne senza doverla comperare, avevamo ogni tipo di animali da cortile più  qualche
Fagiano , Quaglia,e Pernice,che capitava di portare a casa quando si tagliavano i prati, mentre si tagliava l’erba poteva
succedere di trovarsi di fronte un nido , ma quando la femmina in cova fuggiva il nido era abbandonato e le uova non
si schiudevano, cosi che mio padre aveva costruito una specie di incubatrice, dove si creava la giusta umidità per fare
sì che le uova si potessero schiudere, poi i piccoli, visto che tutti e tre i tipi d’uccelli sono nidifughi,(nidifugo che alla
schiusa dell’uovo è già indipendente), e avendo una chioccia vicino venivano adottati con gli altri pulcini, poi una volta
raggiunti i tre mesi di  li liberavamo nei campi, anche se sapevamo che di lì a poco avrebbero dovuto combatte una
dura lotta contro i cacciatori. Qualche esemplare rimaneva nel pollaio , perche una volta rilasciato capiva che era più
sicuro, e il mangime era assicurato tutti i giorni e tornava nel pollaio.
Con tutti questi animali, io cercavo di inserire i miei ma mio Padre non è che fosse molto d’accordo,come quella volta
che dopo un forte temporale , mia Madre mi chiese  di andare a prendere le lumache perche al Sabato avrebbe dovuto
cucinarle per il Babbo ed i suoi amici, nel bosco vidi un grosso albero di robinia semi sradicato dal temporale con sulla
cima un nido di Cornacchia, e si poteva sentire i piccoli dentro che cercavano il cibo hai genitori, a terra tra i rovi vedo
un adulto morto, ma siccome mi avevano insegnato fin da piccolo che la natura doveva fare il suo corso , mi avviai per
cercare di raccogliere più lumache possibile, il giorno dopo la mia testa era sempre in quel bosco con l’albero sradicato
cosi chiamo  il mio amico Renzo e partiamo per vedere cosa fosse successo a quei piccoli uccelli.
Come arriviamo sul posto notiamo subito che il nido è vuoto, con a terra tre piccoli, semi assiderati poco più in là una
Ratera, cosi chiamavamo noi il serpente, Biacco (Hierophis viridiflavus) con un  piccolo già nello stomaco, questo era
troppo grosso anche per  lui che era lungo circa due metri, cosi dopo averlo  inghiottito  non riusciva più a muoversi.
Allora presi il serpente per la coda e lo portai in un posto tranquillo, in modo potesse digerire tutto con calma, poi
raccolti i tre piccoli rimasti ci avviammo verso casa, con la speranza di riuscire a salvarli, tanto facemmo che i piccoli
crescevano a vista d’occhio, uno  era rimasto a casa mia , gli altri due li portò a casa Renzo, visto che da lui c’era più
posto ,perche loro non avevano animali, a parte un vecchio cane.
Ora voglio raccontare una storia sull’integrazione che ha dell’incredibile, per noi, ma tra gli animali può capitare,
ora che da noi arrivano tanti altri esseri umani come noi ,da altre nazioni ma di diverso colore, i due corvi che Renzo
stava allevando ,andavano d’amore e d’accordo con il cane lupo, tanto che li potevi vedere dormire nella cuccia con il
cane,  ,un giorno dopo diversi anni di convivenza tra i tre la femmina decise che era ora di andarsene con un
compagno, per formarsi la propria famiglia,ma non  troppo lontano, da dove era stata allevata così amorevolmente, e
aveva nidificato su di un pino della villa di fronte alla casa di Renzo.
Il maschio come tutti i maschi decise che stava maglio in quella casa, che in giro per il mondo, rischiando la vita,
facendo fatica anche nella ricerca del mangiare, cosi cresceva con il cane,fino a quel giorno che un vicino molto cattivo
decise che il lupo era troppo fastidioso con il suo abbaiare, e lo avvelenò,mentre il cane soffriva nella cuccia , ma vi dico
che si salvò, la cornacchia quando si avvicinava una persona non conosciuta, iniziava ad abbaiare, come il cane la
rincorreva beccandogli le caviglie, praticamente sostituiva il cane nel fare la guardia.
Mentre il mio maschio anche lui, essendo cresciuto nel pollaio con le galline e gli altri volatili, una volta raggiunta l’età
di formare una famiglia è sparito , per tutto l’estate, ma da buon opportunista quando arrivava la neve tornava sulla
pianta di nocciolo che c’era nel pollaio ,per trovare cibo per sé e la sua compagna, ma il bello che sotto la neve anche
se non lo potevi vedere, lo sentivi , chiamare, con una voce in farsetto come quella di un ventriloquo, ippo, ippo ,ippo
come se chiamasse mio Padre, che si chiamava Filippo, tutto questo ogni anno per una decina d’anni, poi un bel giorno
sparì e non si seppe più niente ,ma a me piace pensare che abbia deciso di andare in posti migliori, dove non c’ero tutto
l’inquinamento che avevamo in quegli anni dalle mie parti.